martedì 11 luglio 2017

SOTTO CASA. Il mio amico Testimone di Geova.

Sono ormai diversi anni che, a cadenza bisettimanale, frequento – anzi, “vengo frequentato” da – un Testimone di Geova. Per rispetto della privacy, lo chiameremo “Y”, anche se lui preferirebbe sicuramente “G”. 
(Questa la capiranno in pochi…;)

Per la verità, Y veniva a trovarmi già prima che mi sposassi con Diletta, ma poi è entrato nel mio corredo nuziale: e così Dile pazientemente sopporta alcune nostre chiacchierate, e ancora più pazientemente dice a Y che non sono in casa, cosa che capita la maggior parte delle volte… e che la maggior parte delle volte è vera (tranne in un paio di casi, lo confesso!)

Facendo un po’ di conti, conosco quindi Y da almeno sette anni. Ecco il primo punto interrogativo gigante: perché continua a venire? Ormai ha usato tutte le sue armi a disposizione, credo, eppure non è riuscito a convertirmi alla sua caus…alla sua chiesa. E allora perché continua? A volte penso che ci siano dei punti premio che spettano ai TdG che convertono più persone, ma anche in questo caso non avrebbe senso continuare a perdere tempo (e potenziali punti) con i recidivi. Cos’è, valgo più punti perché insegno in una Facoltà Teologica?

Alla fine preferisco darmi questa risposta: Y continua a venire perché tra noi si è instaurato un rapporto di reciproca stima, e di dialogo franco. Provando a mettermi nei suoi panni, non dev’essere facile incassare tutte quelle porte sbattute, tutte quelle bestemmie in diretta, tutte quei “cortesi” rifiuti che pur legittimamentissimamente riceve nel suo instancabile proselitismo; alla lunga sfianca il corpo e lo spirito. E d’altra parte, dev’essere persino “troppo facile” imbambolare semplici e ingenue pie vecchiette che ti aprono la porta in spirito di cristiana carità e fiducia verso il prossimo, ma che non hanno il necessario bagaglio critico per vagliare idee e credenze diverse da quelle della propria tradizione. Circa questi ultimi casi, mi piace pensare che Y abbia sviluppato un certo senso di noia, un comprensibile sgomento per l’ignoranza religiosa in cui versa la maggioranza dei “cattolici”, e forse pure un po’ di senso di colpa nell’approfittare in tal modo dell’impreparazione e dell’evangelica semplicità di spirito altrui.
Insomma, forse in me ha trovato pane per i suoi denti. Conosco abbastanza la Bibbia (soprattutto passi che non rientrano nel repertorio classico dei TdG), cerco di argomentare la mia posizione, e non mi manca la faccia tosta di fare le pulci alle posizioni degli altri, anzi nel farlo provo un perverso piacere: quest’ultima non è una virtù cristiana, in effetti. Ma tutti abbiamo i nostri vizi.

Devo dire che ho imparato tantissimo parlando con Y. Non tanto sulla Scrittura – anche se diverse volte ho approfondito dei temi per poterne discutere con maggiore competenza, e di questo lo ringrazio – , quanto soprattutto su ciò in cui credono i Testimoni di Geova. Chi non ha mai davvero parlato con loro, facendo loro domande e scavando a fondo nelle questioni, è pieno di pregiudizi nei loro confronti. Lo dico perché anche io ero così. Invece adesso i pregiudizi si sono trasformati in giudizi, e questo è sempre un bene. Adesso che li conosco ho dei buoni argomenti per nutrire un profondo scetticismo nei confronti del loro iperletteralismo che sovente rinnega se stesso; posso sostenere con convinzione l’idea che i TdG abbiano mancato il senso profondo della rivoluzione etico-religiosa operata dal cristianesimo nei confronti del giudaismo, una rivoluzione che marca tutta la cultura occidentale col segno indelebile della libertà; e soprattutto posso dire con cognizione di causa che i TdG non hanno chiaro che Cristo ha istituito una Chiesa – una comunità di credenti – e non una Scrittura: senza la Chiesa, infatti, non ci sarebbe stato nessun Vangelo.
So meglio cosa mi divide da loro, che non è un istintivo rifiuto del diverso, e neanche una pretestuosa critica della loro "misteriosa" organizzazione politico-religiosa, quanto un meditato distacco da certe precise concezioni teologiche e antropologiche. Ad esempio, la credenza letterale nel numero dei 144.000 che comporrebbero il “consiglio” celeste del Cristo Re al momento del suo ritorno sulla Terra, quando governerà come capo politico su tutti i risorti nella carne (cioè i salvati che non rientrano nei 144.000 “eletti”) – credenza veramente risibile, come in generale risibile qualsiasi interpretazione letterale dell’Apocalisse, che ne misconosce il grandissimo valore letterario (e politico e teologico) rintracciabile nella sua simbologia mistica. Oppure l’esegesi del versetto “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18), che i TdG interpretano come se la prima parte si riferisse a Simon Pietro, mentre la seconda, chissà perché, a Gesù stesso. Cioè Gesù, in un chiaro momento di schizofrenia verbale, avrebbe detto: “Tu (Simone) sei Pietro, ma su questa pietra (me stesso) edificherò la mia chiesa. Non farti strane idee solo perché ti ho appena detto che voglio che ti chiami proprio Pietro! L’ho fatto così per prenderti un po’ in giro!” Geniale.
Eravate a conoscenza di queste cose sui TdG? Presumo di no, e invece sono preziose per conoscerli meglio. Ce ne sarebbero molte altre, ma non intendo qui deriderli superficialmente, o essere troppo semplicistico nel riportarne le dottrine. Volevo solo fornire degli esempi di ciò che ho imparato da questa esperienza arricchente.

Io, d’altro canto, spero di aver lasciato a Y l’impressione positiva che si può essere cattolici senza essere religiosamente ignoranti, senza essere preclusi al dialogo, e soprattutto senza essere considerati come membri di un gregge di pecore stupide (quando non in malafede) guidate da un malvagio pastore vestito di bianco che fa loro credere cose assurde, pagane e anti-cristiane. Perché è così che i TdG considerano i cattolici, e i loro dogmi della Trinità e dell’Eucaristia.
Spero di avergli fatto almeno capire che l’interpretazione cattolica della Bibbia non è più problematica della loro, né meno onesta.


Y è un omone di buon cuore, dalle mani grandi e dallo sguardo puro e fraterno, amico sincero della verità. Io credo non l’abbia trovata, lui sì. Ma su una cosa, in fondo, siamo entrambi d’accordo (anche se lui lo ammetterà meno facilmente di me): il Dio che guarda i cuori saprà giudicare meglio di tutti noi.

domenica 16 aprile 2017

Pasqua





O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere
il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto.  
Di questa notte è stato scritto:  
"La notte splenderà come il giorno,  
e sarà fonte di luce per la mia delizia"  
(Liturgia della Veglia Pasquale) 


"La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell'animo di ognuno di noi: la positività dell'essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto."
(Luigi Giussani)

sabato 8 aprile 2017

Qualcuno ci ha plagiato



Era la vigilia di Natale e Damiano si è assentato con non so bene quale scusa (sono facile da ingannare, lui ha molti impegni di varia natura, e io non ho voglia di ricordarli, quindi capita spesso che sappia solo vagamente dove sia). Quando è tornato, aveva un trasportino, e nel trasportino c'era un gatto nero e piccolo che miagolava a pieni polmoni e un cuscinetto verde su cui spiccava una bella cacca.
Così un gatto è entrato in casa nostra e la prima gioia di padroncina che ho sperimentato è stata pulire il gatto dai suoi stessi escrementi (provateci voi a dividere un trasportino con i vostri bisogni senza sporcarvi durante un viaggio in macchina) e mettere in lavatrice il cuscino verde (che è diventato un oggetto odiato, non lo ha mai più degnato di uno sguardo né ci si è mai seduto sopra o accanto).
Era magro magro e spelacchiato, nero, con grandi occhi gialli e piuttosto scombussolato per il lungo viaggio in macchina (a dire il vero anche Damiano dopo oltre un'ora alla guida con sottofondo di gemiti strazianti non sembrava al massimo della forma). Si è ripreso piuttosto in fretta, comunque, e ha cominciato a esplorare la nostra cucina dando presto segni di compiacimento. Lo abbiamo chiamato Fusibile, per via dei suoi rumorosi effetti sonori, che emette quasi non-stop.


Ora, se già avete un gatto, o lo avete mai avuto, probabilmente quello che sto per dirvi non vi stupirà, ma se non siete mai stati a stretto contatto con un esemplare felino prendete nota: questi animali fanno il lavaggio del cervello. Voi vi illudete: "ora lo abitueremo a vivere secondo le nostre regole in casa nostra"… e poi in men che non si dica vi rendete conto che siete diventati inquilini della casa del vostro gatto, e siete stati voi ad adattarvi al suo stile di vita.
Così la nostra vita è diventata una vita connotata dalla Gatteria prima ancora che potessimo accorgercene, e siamo anche noi Umani Gattizzati che nutrono, ospitano e curano un gatto ricevendone in cambio il permesso di accarezzarlo, omaggiarlo e complimentarsi con lui per la sua bellezza, la sua morbidezza e le sue zampe soffici.
Sono passati tre mesi e Fusibile è un gatto già grandicello, di carattere spiccatamente socievole, piuttosto elegante e affettuoso, e come più o meno tutti i gatti ci considera con il benevolente sguardo che bisogna riservare agli schiavi addetti a soddisfare le sue esigenze fondamentali, secondarie e voluttuarie. Ci remunera con una gran profusione di fusa e, ora che la bella stagione sta tornando, con occasionali e ambiti premi come la mezza cavalletta morta sul nostro letto o le lucertole consegnate con orgoglio dopo averle torturate in modo elaborato davanti ai nostri occhi.
Ecco alcune cose che abbiamo imparato nei tre mesi della nostra convivenza. Alcune di queste, come noterete, sono segni inequivocabili del plagio che abbiamo subito.

-Natale. 

Quando Fusibile è arrivato, la casa era addobbata per Natale. Fusibile ha amato il Natale. Era irresistibilmente attratto dal nostro presepe, e dopo tanta fatica (vi ricordo che io sono una presepista seria!) non tolleravo di vederlo devastato anzitempo, quindi l'ho salvaguardato ferocemente per quindici giorni. L'albero, invece, che era in cucina vicino al caminetto, abbiamo dovuto lasciarlo al suo dominio, e continuo ancora oggi, ad aprile, a trovare palline dorate e rosse rotolate sotto i più svariati mobili della casa. In generale Fusibile ha usato l'albero come palestra e giungla privata, fissandoci come una pantera in miniatura dalle fronde, salvo precipitare quando i rami di plastica collassavano sotto il suo peso, rischiando di impiccarsi ai festoni di lucine. Anche le ceste di regali ricevuti o da consegnare hanno riscosso un grande interesse, visto l'alacre impeto con cui si è dedicato a rovinare pacchetti, annusare barattoli e nascondere oggetti nel mucchio per poi tirarli fuori.
-I Filini 
Non lo sapevate? Sapevatelo. Non c'è nulla di bello, appagante e intensamente interessante come dare la caccia ai Filini.  E il bello è che si tratta di un'attività molto versatile: lacci delle scarpe (mentre qualcuno cerca di allacciarle, ovvio), cavi del computer, festoni di capelli d'angelo sotto natale, gomitoli del cestino di maglia della sottoscritta (che si è rassegnata a fare la maglia clandestinamente, lavorando dentro una borsa o sotto una coperta), spago per legare il pollo ("ehi, aspetta! Qui c'è anche di meglio, un pollo crudo!"), e in senso lato calzini mentre vengono infilati e carta igienica, tra l'altro disponibile su un apposito supporto che facilita la meravigliosa attività di srotolarla.
- Le Buste di carta. 
Noi sciocchi umani non avevamo compreso che le Buste di Carta sono la più meravigliosa invenzione al mondo dopo i Filini. Fanno un rumore magnifico e poi ti ci puoi nascondere dentro e puoi addirittura aggredire un nemico che dall'esterno ti stuzzica senza vederlo, o in alternativa le buste di carta hanno dei manici, e basta strappare a morsi una delle due estremità per trasformarle in Filini. 


-La Poltrona di Vimini. 
Un tempo avevamo una seggiola di vimini che, munita di due cuscini da sedia dell'Ikea era diventata una comoda e pratica poltrona, poco ingombrante e leggera da spostare. Ebbene, la poltrona adesso è di Fusibile, che la usa per una buona percentuale della sua quota di diciotto ore di sonno giornaliere. Il cuscino era di un delicato color avorio, ora è grigiastro con intarsi di pelucchi neri, e fa ambient. Se commettiamo l'errore di appoggiare qualcosa sulla poltrona, lui, seccato per la nostra incompetente sbadataggine rimedia sbattendola giù senza troppi complimenti. Quindi abbiamo imparato che sulla poltrona non si può appoggiare più nulla. Neppure il nostro sedere. 
-Le unghie. 
In casa ci sono ben due grattatoie, che Fusibile ignora con sovrano disprezzo facendosi le unghie su ogni superficie allettante tranne quella delle grattatoie. Una delle due è posizionata strategicamente sullo spigolo di un divano, e lui usa solo ed esclusivamente lo spigolo scoperto. Mi pare ovvio. Quindi la fodera del nostro divano è ormai bucata in più punti e l'impagliatura delle sedie si sta riducendo in condizioni pietose -almeno su quelle, speriamo di aver risolto il problema usando un dissuasore (un deodorante che spruzza un odore a lui sgradevole). Ma naturalmente noi accettiamo con lieta mestizia tutto ciò, perché in fondo E' Nella Sua Natura.
-Fare altro 
A volte noi umani ci distraiamo e ci dedichiamo a baggianate come leggere, scrivere, lavorare o in generale non dedicare tutta la nostra attenzione, le nostre energie e la nostra inventiva a compiacere il gatto, trascurando così il nostro fondamentale dovere. Il povero Fusibile deve quindi benevolmente correggerci e ricordarci le nostre mansioni, utilizzando metodi indiretti e sottili come sedersi sul libro che stiamo leggendo o mettersi in posa sul tema che sto correggendo o mordere l'estremità della penna che si muove o dare la caccia alle interessantissime dieci dita umane che scrivono velocemente al computer, sono così rapide e affascinanti, e poi fanno un bel rumorino e insomma la conseguenza è chejuhklseiaeuhlfikuGFdd

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E con questo direi che è tutto. 

"Va bene, fotografami e godi della mia Bellezza"

lunedì 27 febbraio 2017

LA PO-LENTA UN PO'..VELOCE (con la macchina del pane)

Vorrei istituire questa legge di Murphy: ad ogni Natale qualcuno dei vostri parenti vi regalerà un pacchetto di farina di mais per polenta, che rimarrà nella vostra dispensa fino al Natale successivo. Così dopo un po' di anni potrete invitare a Natale tutti i vostri parenti, e il menù sarà già pronto.

(In effetti, però, se questa fosse una legge assoluta, tutti i Natali mangeremmo polenta!) 

Il fatto è che la polenta fatta secondo la tradizione è uno dei cibi meno adatti al nostro stile di vita contemporaneo: richiede pazienza e presenza, due cose che non sappiamo più cosa siano, noi sempre altrove e di fretta.

La polenta fa venire in mente una cascina con la stufa a legna accesa, e la nonna con in mano un mestolo che gira gira gira, e sorride perché pensa ai nipotini che verranno a mangiare... ma noi gente della rete, mescolare per un'ora senza sosta! Abbiamo ben altro da fare! Al massimo ci facciamo quella istantanea, che fa tanto "folk" e in due minuti è pronta.

Eppure... 
L'altro giorno stavo guardando quei 4 o 5 pacchetti di farina di mais sulla mensola della dispensa, e come sempre pensavo "bello sarebbe fare la polenta originale, però non ho tutto questo tempo da dedicarci!"; solo che il mio cervello, invece di distrarsi come al solito in quale-impegno-ho-stasera-prima-però-devo-mandare-sette-mail, ha continuato a rifletterci su: "Certo, se ci fosse qualcosa che mescola e intanto cuoce... come una specie di gelatiera che però scalda invece di rendere ghiacciato..." TA-DAAAAN! Esiste! È la macchina del pane.
Ce l'abbiamo! La usiamo per fare la pasta per la pizza e ogni tanto il pane, ma ha anche il programma marmellata, che mescola cuocendo e cuoce mescolando: perfetto!

A quel punto ero ormai iper esaltato, e avrei anche rischiato di bruciare tutto pur di provare: sono fatto così, quando penso di avere un'idea geniale devo farla scontrare al più presto con la realtà, come banco di prova. E a volte scopro che tanto geniale non era.

Invece questa volta, cari i miei lettori, sono qua per raccontarvi un successo indiscutibile. Viene perfettamente. Molto più buona delle polente istantanee, densa al punto giusto, senza nessun grumo. L'unica cosa su cui porre attenzione è la tempistica: se la volete bella calda e avete un orario preciso per la cena, dovete avere l'accortezza di far partire il programma in anticipo, ma non troppo, altrimenti la polenta si fredda e diventa troppo solida (buona per friggere e per fare gnocchi, ma non per essere mangiata subito).

Per il resto, la ricetta è semplicissima: seguite le dosi indicate nel pacchetto – di solito, 250g di farina per ogni litro d'acqua –, aggiungete un cucchiaio di sale e un filo d'olio, fate partire il programma "marmellata" e buon appetito!

Da preparare prima che finisca l'inverno!

prima

dopo

infine!


martedì 17 gennaio 2017

PERSON OF INTEREST recensione (no spoiler)

Premessa: io sono proprio negato con le recensioni, ma Dile dice che questa devo scriverla io perché la serie è molto "filosofica". Il problema è che io NON RICORDO LE STORIE, mi restano in mente solo le idee. Ecco perché non ci saranno spoiler. Non per volontà, ma per necessità (o per demenza,  fate voi). Insomma, non so cosa ne uscirà ma ci provo, più che altro per rispondere alla sfida coniugale. 
Facciamo così: tutte le volte che, per inserire un "dato" che non mi ricordo, dovrò cercarlo su internet, lo indicherò col segno #. 

La prima "person of interest", qui, è il creatore della serie: Jonathan Nolan, fratello del regista Christopher e suo collaboratore e sceneggiatore per molti film. Io amo tutto quello che esce da casa Nolan, da Memento a Interstellar passando per quel capolavoro assoluto che è "Il Cavaliere oscuro"(l'unico film che ho insistito per far vedere e rivedere a Dile, mentre solitamente accade il contrario). 

Partiamo da qui: avete presente quella scena di The Dark Knight in cui #Morgan Freeman (che interpreta #Lucius Fox) è davanti a un muro di schermi collegati a una specie di mega sonar che rileva la presenza di esseri viventi in tutte le stanze di un grattacielo?

Per chi non se lo ricorda, ecco qua (ovviamente #):



Ecco, prendete questa idea e ampliatela, fino a farla diventare un sistema in grado di processare informazioni provenienti da ogni telecamera posta in ogni edificio, semaforo e angolo di strada.

Questa Macchina esiste, ideata da un certo Finch (sììì, me lo sono ricordato!!) per conto del Governo Americano, che intende servirsene per garantire sicurezza agli abitanti dopo il panico creatosi a causa degli attacchi terroristici del 2001.

(ah, Finch è interpretato da #Michael Emerson)

La Macchina è in grado di prevedere possibili attentati sulla base dell'osservazione dei comportamenti delle persone, che suddivide in due categorie: "rilevanti" o "irrilevanti".

Il governo si occupa solo dei casi rilevanti, ma Finch è tormentato dal non poter impedire che persone "irrilevanti" muoiano per mano di altre persone, anche se la Macchina in teoria saprebbe prevedere tali delitti. Decide così di occuparsi in segreto di questi casi, assoldando una sorta di "Cavaliere oscuro" in giacca e cravatta: #John Reese (interpretato da #Jim Caviezel).

La serie così potrebbe sembrare un semplice procedurale: ogni puntata, un nuovo caso. Ma qui c'è Nolan signori. E stupisce due volte: non solo perché inserisce una trama di sottofondo che via via emerge come quella principale e veramente interessante; ma anche perché, mentre tutti si aspetterebbero uno sviluppo che punti sul fatto che la Macchina fa gola a tanti, e che perciò tanti se la contendano per i più svariati motivi, Nolan ribalta la prospettiva.

È la Macchina che diventa la protagonista. Ed ha anche il suo antagonista – un'altra Macchina, in una lotta tra divinità create dall'uomo per scrollarsi di dosso il peso della propria libertà.

Due visioni del mondo si contrappongono: l'una in cui Dio, come prezzo per mantenere l'ordine e la pace, richiede sacrifici umani e controllo pianificato di ogni aspetto della vita; l'altra in cui il limite dell'azione di Dio coincide con il riconoscimento della fondamentale "rilevanza" di ogni essere umano.

Chi la spunterà? Avrete la risposta al termine della quinta serie, e non sarà affatto banale.

Come non è banale il leitmotiv che sembra percorrere buona parte della ricerca cinematografica di Jonathan Nolan, ovvero l'emergere della coscienza attraverso la memoria.
(Anche) di questo tratta Memento, (anche) di questo Person of Interest, (anche di questo) Interstellar, e soprattutto di questo Westworld, la cui prima stagione regge alla grande, ma rischia di perdersi un po' sullo stile di Lost (mai titolo più funestamente azzeccato, peraltro). 

Vediamo cos'altro saprà tirar fuori il nostro eroe: nel frattempo godiamoci e rigodiamoci "Person of interest", che tra l'azione, l'apocalisse digitale, la distopia orwelliana e la teologia politica – e perché no Amy Acker, o per le donne Jim Caviezel – ci ricorda che l'interesse per la persona è una rischiosa sfida per le persone stesse.



(comunque, tra tutti gli interpreti della serie, l'unica di cui mi sono ricordato il nome è Amy Acker.....)







domenica 25 dicembre 2016

Natale



Questo è forse il più grande dei misteri della grotta. E' evidente che, sebbene agli uomini sia stato detto di cercare l'inferno sotto la terra, in questo caso era il cielo che stava sotto la terra. In questa strana storia c'è come l'erompere del cielo. Questo è il paradosso della situazione: d'ora innanzi le idee più alte non potranno agire che dal basso.
(G. K. Chesterton)

domenica 27 novembre 2016

After



 

Una mia alunna la scorsa primavera mi ha detto che il suo libro preferito era After, e quando le ho detto che non lo avevo mai letto mi ha risposto "Noo, prof! E' stupendo, non sa cosa si perde". Così, ligia al dovere professionale e spinta dalla curiosità, ho rimediato alla lacuna. Tra l'altro era un libro che avevo cominciato a vedere dappertutto, dalla biblioteca agli scaffali del supermercato, persino di quello minuscolo qui in paese. Cercando qualche informazione in rete, ho scoperto che il libro è il nuovo "fenomeno mondiale" dell'editoria (il che in effetti non mi stupisce, dato che lo ha letto persino la mia alunna, il che equivale a dire che è stato comprato anche da esponenti di quel percentile della popolazione che in linea di massima comprerebbero piuttosto che un libro un soprammobile a forma di cervo in plastica verde all'IKEA, magari in più esemplari). Le ragioni principali del successo, che include un film in produzione e milioni di copie vendute nel mondo, mi sarebbero rimaste oscure se prima di cominciare non mi fossi doviziosamente informata (a quanto pare nasce come fanfiction che trasfigura in personaggi letterari i membri degli osannatissimi One Direction), perché come forse qualcuno di voi, astuti seguaci del blog, avrà intuito, After è un libro talmente brutto che se lo avessi letto in forma cartacea e non in ebook avrei avuto scrupoli ad usarne i fogli per farne pallottole da infilare nei miei scarponi bagnati dopo un'uscita scout (voglio molto bene ai miei scarponi). E' un libro talmente brutto che non ho avuto il coraggio di dire alla mia studentessa chiaro e tondo quanto mi fosse non piaciuto. Forse devo ancora farmi le ossa nel mestiere di insegnante.
E' talmente brutto che esercita una specie di fascino perverso, la volontà di scoprire fino a che punto si può scavare già dopo che si è da tempo toccato il fondo della bruttezza, e da questo punto di vista il romanzo non vi deluderà, perché devo dire che il finale è orrendo perfino oltre l'immaginabile.

Se proprio volete sapere di cosa parla, cercherò di sintetizzare la trama in maniera semplice, comprensibile a chiunque: lui e lei, dai poco realistici nomi di Tessa e Hardin, sono studenti di college (ironia della sorte, studiano letteratura), si incontrano e sono attratti da una irresistibile passione in grado di vincere ogni ostacolo, come il fatto che lui sia il peggior stronzo mai comparso sulla terra e lei una deficiente patentata. Litigano, fanno pace, fanno sesso, litigano, fanno pace, fanno sesso, litigano, fanno pace, fanno sesso, rifanno sesso, rilitigano, fanno pace, fanno di nuovo sesso, litigano, fine. Ora, per rendere giustizia a questa complessa architettura narrativa, non omettiamo che in effetti l'intero romanzo può avere anche una seconda lettura, diciamo allegorica, un po' come la Divina Commedia o il Pilgrim Progress. Infatti, possiamo anche leggere l'opera come rappresentazione del fatale incontro tra la Stronzaggine e la Scempiaggine, che infiniti lutti addusse agli adolescenti e molte anzitempo all'Orco generose travolse alme di potenziali lettori.
Una cosa però può essere detta di positivo su After: è forse l'arma più utile in mano a quelli che sostengono che la famosa massima "L'importante è che i Giovani Leggano" è una solenne baggianata. "L'importante è che i Giovani Leggano" infatti è sostanzialmente il modo in cui ci autoconvinciamo che in fondo è persino una buona azione, da parte delle case editrici, pubblicare immondi escrementi editoriali, dato che pare che torme di giovani de-letturizzati si compiacciano nel pascersene con entusiasmo. Ebbene, no. Se davvero è Importante che i Giovani Leggano, che leggano il retro delle confezioni di Special K mentre fanno colazione, che leggano la guida tv, che leggano Topolino (e questa non era una battuta, Topolino può vantare soggettisti e sceneggiatori, per le sue storie, che in confronto alla povera Anna Todd, autrice di After, sono più o meno Shakespeare), ma che non leggano roba di questo genere.
Mi vengono i brividi a pensare che qualche giovane pulzella (purtroppo, il target di questo tipo di obbrobri romance è ovviamente femminile) potrebbe rovinarsi il gusto letterario e il piacere di leggere abituandosi a considerare normale  questo tipo di insulso ritmo narrativo incoerente, ripetitivo, piatto. Quattrocento pagine di paratassi in cui una frase subordinata è una specie di bestia rara, pagine e pagine di interminabili scambi tra i protagonisti in cui ogni battuta è costituita da un massimo di quattro parole (mi concentro sulla forma, di questi dialoghi, ma naturalmente c'è la nota dolente del contenuto, invariabilmente e atrocemente cretino). E che dire del trascorrere un intero volume in un allucinato, squallido orizzonte narrativo fatto di aule di college, dormitori di college, sedi di confraternite di college e locali notturni che scivolano come quinte teatrali intercambiabili dietro i due protagonisti sempre intenti a recitare la stessa scena (litigano, fanno pace, fanno sesso etc…) senza che sia possibile ravvisare nemmeno una lieve parvenza di vita reale? 
Le lezioni di letteratura nell'immaginario college di Tessa e Hardin: il professore entra, dice "Oggi parleremo di Orgoglio e Pregiudizio. Che ne pensate?" e gli alunni (Tessa e Hardin, gli altri sono comparse cartonate posizionate sulle varie sedie dell'aula) esprimono il loro "parere" (virgolette d'obbligo) sul libro: Elizabeth è troppo prevenuta, Darcy è uno stronzo. No, non è vero, Darcy è un eroe, tu sei uno stronzo. Ma che dici, sei frigida proprio come Elizabeth. No (Tessa piange), come osi, non è vero, sei perfido! Come ho potuto provare qualcosa per te? Interviene il professore: la lezione è finita, per la prossima volta quindici righe su "Darcy ed Elizabeth si sposano per amore?". 
Il duro guadagnarsi il pane col sudore della fronte nell'immaginaria città accademica di Tessa e Hardin: a Tessa serve un "lavoretto", quindi, fresca matricola con neanche un esame sul libretto, va a fare un colloquio per uno stage presso una casa editrice (svolgimento del colloquio: "Le piace leggere?" "Oh, sì, tanto!" "Che colpo di fortuna, incredibile! Lei è proprio il tipo di persona che stavamo cercando!"), viene seduta stante assunta, stipendiata, munita di ufficio privato , orario flessibile (la mattina deve andare ai suoi complessi corsi di letteratura, ricordiamocelo) e segretaria personale. Beh, che c'è? Non è la vostra esperienza di stage universitario? Siete proprio degli sfigati, allora! 
I rapporti familiari ed affettivi nelle immaginarie famiglie di Hardin e Tessa: lei viveva con la madre, donna puritana a tal punto da considerare non dico con disapprovazione, ma con crisi incontrollate di rabbia e panico il fatto che nel dormitorio della figlia si aggirino persone che hanno dei tatuaggi: appena fuori dal radar materno, Tessa si trasforma in una specie di ninfomane psicopatica. Lui odia il padre perché lo ha abbandonato con la madre lasciandoli in estrema povertà, praticamente al livello del rovistaggio nei cassonetti del supermercato, per non parlare del fatto che era un alcolizzato violento. Il padre in questione ha però avuto un inaspettato riscatto sociale, riciclandosi nella mezza età come rettore (!!) del college frequentato dal figlio.
E potrei continuare.

La Mente che ha creato tutto ciò.
Mi vengono i brividi a pensare che i giovani cervelli delle mie alunne già zoppicanti a scuola si anestetizzino ulteriormente sciroppandosi pagine e pagine di roba del genere. In un certo senso mi commuove pensare che la mia poverina lo trovasse avvincente: qualunque entusiasmo letterario mi vede solidale, ma quanto poco ha avuto dalla sua vita di lettore qualcuno che si emoziona per una cosa così? Quanto di più chiunque meriterebbe dalla vita che libri così brutti!
Ma c'è un dato che ho volutamente lasciato per ultimo e che mi impedisce di archiviare la storia come eclatante esempio di cattivo gusto adolescenziale. Ed è la portata catastrofica di diseducazione affettiva che il libro porta con sé. Celebrato come il trionfo "editoriale" di una grande passione che fa impazzire milioni di lettrici in tutto il mondo, il libro in fondo è l'agghiacciante cronaca di un rapporto disturbato e violento, in cui abbandonarsi alla "passione" significa permettere all'altro di abusare psicologicamente e fisicamente di noi. Così la cattiveria e l'abuso diventano "fascino magnetico", la sottomissione più beota "passione folle", l'ubriachezza molesta "libertà" ed il passare sul cadavere di chiunque intralci il raggiungimento immediato del nostro piacere "indipendenza".
Quindi, passi per la stupidità, la piattezza, la bruttezza stilistica, lo spreco di carta, l'insulto all'intelligenza del lettore. Quello che mi fa davvero infuriare è che questo rigurgito sia percepito come una storia "romantica", la storia di un "grande amore". Non è così. E nessuna, adolescente scervellata o meno che sia, merita che le venga detta una bugia del genere.

L'insulto finale.
PS: il post è già troppo lungo ma non posso omettere che sull'onda del successo di After sono stati ripubblicati con copertina simile e strillo "i romanzi più amati da Tessa e Hardin" Anna Karenina, Orgoglio e Pregiudizio e Cime tempestose. Qui un articolo di Top Girl alle prese con un'insolita svolta culturale nel suo palinsesto editoriale, che vi spiega che anche prima di After esistevano storie d'amore universali e magnifiche, insomma che la grande letteratura non è nata con Anna Todd come si potrebbe pensare, ma che qualcuno aveva già fatto qualche tentativo passabile prima del capolavoro immortale su Hardin e Tessa che consacra il genere per sempre, e che quindi si può dare una chance a questi prequel ottocenteschi di discreta fattura. No comment. Fate voi.

sabato 5 novembre 2016

Elogio della chiacchiera di paese


La chiacchiera è come la cacca: a nessuno piace, ma tutti la fanno.
È proprio un bisogno primario. Uno strumento di sopravvivenza.
E proprio così ve la voglio presentare, nella sua utilità sociale ed esistenziale. Mi perdonerà il sommo snob Martin Heidegger, che tanto la disprezzava: forse ricorderete le pagine di "Essere e Tempo" in cui la chiacchiera viene assunta ad archetipo della dimensione della spersonalizzazione, della perdita di responsabilità ("si dice", "si racconta", senza soggetto) e della perdita del contenuto (l'importante è che si discorra di qualcosa, non importa di cosa).
Peccato che Heidegger abbia finito per abbracciare la più grande spersonalizzazione del secolo scorso: il totalitarismo di massa; in cui il "si" impersonale è arrivato fino all'estremo del "si uccide".

Ma basta con i discorsi filosofici, qua si deve chiacchierare!!

Intendiamoci, non che voglia elogiare qualsiasi tipo di chiacchiera. C'è una chiacchiera tremenda, orribile tanto quanto affascinante, che consiste nel "parlar male di qualcuno che non c'è", nel demonizzare quello lì, sentendoci così parte di una "cerchia ristretta dei non esclusi". Questo tipo di chiacchiera assolve alla funzione di tutte le chiacchiere, su cui tornerò tra poco, che consiste nel voler instaurare un senso di comunità: tuttavia lo fa a discapito di qualcuno che da tale comunità viene escluso. Ne abbiamo molti esempi anche fuori dalla realtà di paese, e specialmente nelle piattaforme di messaggistica e sui social, in cui si può insultare a piacere e a distanza di sicurezza (qui, caro Martin, un po' di ragione ce l'avevi!;) 
Ma ci sono almeno altri due tipi di chiacchiera che hanno il pregio di tutte le chiacchiere senza il difetto della chiacchiera insultante. E queste non si possono replicare nel mondo del web. Le ho sperimentate vivendo in un piccolo paesello.
La prima forma di chiacchiera che voglio elogiare è la celeberrima chiacchiera sul tempo metereologico. In qualunque negozio di paese entriate, la prima cosa di cui sentirete parlare (o parlerete voi stessi), prima ancora di ciò che si vuole vendere o comprare, è che tempo fa. "UFF, calduccio oggi eh, Marcello?" "Eh sì, e siamo di già a novembre...  il solito pane cotto a legna?" oppure "Certo che con questa pioggia m'è preso un umido addosso... fammelo bello caldo il cappuccino, vai!"
Perché parliamo del tempo che fa? Perché molto difficilmente ci sarà un disaccordo! E perché non si crea il disaccordo? Perché il tempo metereologico non dipende da noi. Il giorno in cui gli uomini controlleranno il cielo, facendo anche di esso oggetto di mercato, smetteremo di parlare subito del tempo che fa, e perderemo uno dei nostri ultimi strumenti per costruire l'accordo umano, per sentirci tutti membri della stessa comunità: "quelli che stanno sotto il cielo".

Fortunatamente ci rimarrà una seconda forma di chiacchiera buona, la chiacchiera retorico-descrittiva, che nella mia mente prende subito le sembianze di una specifica vecchietta, di cui non so neanche il nome, in verità. Questa simpatica signora, ogni volta che passa davanti a casa nostra e mi trova all'esterno, mi chiede se sto facendo quello che sto facendo. Ad esempio, se sto tagliando l'erba in giardino, mi fa: "Hey, giovane, tagli l'erba?", "Eh sì!", faccio io. E fine. Io continuo e lei se ne va col sorriso. Oppure, se sono nei pressi della cassetta delle lettere: "Oggi c'è posta, eh?", "Eh, davvero, con queste bollette...." (rilancio per avere una reazione), "Mah...." E la cosa finisce. Non sono mai riuscito a scambiarci più di queste parole, giuro. Forse vi sembrerà che questa tipa sia molto curiosa, che voglia farsi gli affaracci degli altri per poi mettere in pratica il primo tipo di chiacchiera, e invece non è così. Ne ho avuto la prova due giorni fa (e questo mi ha spinto a scriverne). Stavo rientrando in casa, ho aperto il cancello, ho fatto due passi verso la porta, l'ho vista, le ho sorriso, e lei mi ha detto: "Che fai, RIENTRI IN CASA?" È stato il massimo, non ho neanche detto niente, perché non c'era possibilità di dire altro che "sì", e quindi era quasi inutile rispondere. Ma non è stato inutile fare la domanda.
Perché con queste chiacchiere povere, a prima vista inutili, semplici e banali, noi cerchiamo di anteporre a tutte le nostre avidità, a tutte le nostre diversità e parzialità, a tutti i nostri interessi in conflitto, un sentimento di appartenenza comune al mondo dei vivi. Al mondo di quelli che tagliano l'erba, pagano le bollette, escono e rientrano in casa. Cerchiamo di restaurare un senso di comunità attraverso quello che abbiamo di più umano: la comunicazione.

giovedì 29 settembre 2016

Uomo barbuto, sempre piaciuto!

Nel mio passato da adolescente pieno di acne che neanche le palline da golf, spesso sognavo di avere la barba folta per nascondere quelle simpatiche pustolette – così avrei fatto la pallina da tennis.
E invece niente. 
Gli anni passavano e della barba neanche l'ombra.
Anche i brufoli passavano, e gli unici peli del volto rimanevano le sopracciglia e i capelli.
(...quelli ancora non sono passati, per fortuna!)

Certo, la cosa aveva i suoi lati positivi: non dovevo svegliarmi prima la mattina per farmi la barba; risparmiavo su rasoi e creme; non venivo scambiato per un fondamentalista islamico; i rimasugli di cibo non mi rimanevano attaccati ai peli come souvenirs gastronomici; e altre simili amenità.

Epperò... un po' di barba virile avrebbe giovato alla mia autostima. Al limite, non averla avrebbe dovuto essere una libera scelta, non una resa all'evidenza della natura. Mi voglio autodeterminare come uomo raso o uomo barbuto, questa è la libertà!

Immerso in simili deliri, il tempo passava e restavo assolutamente glabro; e anche piuttosto sereno, in fondo.
Ma poi, un giorno, è accaduto: la barba lunga è diventata UNA MODA.
La cosa è iniziata un paio di anni fa, toccando quest'anno dei vertici inarrivabili:


Hipster, nerd, indie, e pure cafoni: tutti barbuti, come cipressi al rovescio. A quel punto mi sono sentito davvero escluso dal novero dei maschi che contano. Mi sono impegnato a fondo, ho fatto confluire le mie energie vitali nel mento, ho invocato più volte Gandalf il Grigio... e dopo svariate settimane, ecco il risultato:

la foto ovviamente è grigia per il potere di Gandalf

Come potete vedere, non sono neanche riuscito a collegare la parte sinistra dei baffi con il timido pizzetto. 
Come se non bastasse, ieri Diletta mi ha detto che somiglio in maniera preoccupante all'agente Gordon, scompisciandosi dal ridere.

Era meglio quando avevo i brufoli.
Ora vado a farmi i baffi via. Tanto ci metto 30 secondi.