mercoledì 30 agosto 2017

LA SUBLIME LEGGEREZZA DELLA SETTIMANA ENIGMISTICA

EDIPEO ENCICLOPEDICO: Quante copie in più della Settimana Enigmistica vengono vendute d'estate, rispetto all'inverno? 

Nessuno lo sa, in effetti, perché la redazione della Rivista che Vanta Innumerevoli Tentativi di Imitazione è enigmatica essa stessa....  ma secondo me siamo sul doppio!

Mi baso su quello che accade a me stesso: come inizia l'estate inizio a comprare LA rivista ogni giovedì, mentre nelle altre stagioni lo faccio solo nei rari momenti di vero relax, quando la mia mente non è assillata dal "invece dei cruciverba, dovresti fare..."
Anzi, potrei dire che la mia estate inizia psicologicamente proprio quando compro la prima Settimana Enigmistica con lo spirito del "adesso la inizio subito, e al diavolo tutto il resto"!
Dile ride tantissimo per questa mia mania estiva, soprattutto perché le ricorda il mio babbo. (Al quale io e mio fratello abbiamo persino regalato l'abbonamento annuale, una volta). Mi ricordo che da bambino, nei rari momenti in cui mio babbo non si occupava dei cruciverba senza schema – armato rigorosamente di matita gommata in fondo – io mi lanciavo sull'unisci-i-puntini o colora-gli-spazi; crescendo, sono passato alle Parole Crociate Facilitate, poi su su fino al Grande Schema per Tutti, da risolvere con fratello e genitori... e oggi anche io sono in grado di portare la Sacra Matita Gommata, affrontando i temibili attacchi di Bartezzaghi, Calcabrina e gli altri manigoldi.

Il fascino della Settimana Enigmistica è innegabile, a partire dalla copertina, con quel font vintage, un po' fascio ma sempre con garbo! Se confrontate il primo del nostro Periodico (anno 1932) con l'ultimo, noterete che la differenza maggiore sta nella presenza del sito internet – scritto piccolissimo – in quello più recente ...e nel prezzo, ovviamente.





Bisogna anzi dire che la foto integrata nel cruciverba era un'idea stupenda, molto più bella del semplice riquadro odierno! Per il resto, sembra che niente sia cambiato da quasi un secolo fa. E proprio qui sta la forza della Rivista di Enigmistica Prima per Fondazione e Diffusione. Nel suo fascino retrò, privo di fronzoli e di pubblicità, quasi tutto in bianco e nero, con quelle barzellette da Italia anni 50, quando i mariti erano in carriera e le donne andavano in corriera; con i Concorsi a Premi, come il leggendario "QUESITO CON LA SUSI", che al solo leggerlo pare rievocare i programmi di Mike Buongiorno...

La Settimana Enigmistica unisce le famiglie, è un ponte tra le generazioni, un collante nazional-popolare.

A chi mi dice, ridendo, che questo passatempo stride un po' con la mia allure filosofeggiante, rispondo che invece la filosofia – per come la vivo io – è un po' come fare un cruciverba, con i concetti al posto delle parole: si connettono idee al posto di termini, si intrecciano argomenti invece che vocaboli.... si può dire persino che si uniscono i puntini con i connettori logici, invece che con tratti di penna; e similmente, si riempiono gli spazi vuoti con contenuti di senso.
Ma mi tengo buona questa idea della filosofia come cruci-logoi per qualche altra volta (e non su questo blog, promesso)!

Per adesso, preferisco dedicarmi alle Cornici Concentriche e a qualche buon Rebus... in attesa del prossimo numero. L'ultimo dell'estate!

martedì 8 agosto 2017

Moto? Nuoto!


Io vado in piscina. 
No, dai, così potrei trarre in inganno i lettori. Ricominciamo. 
Io non mi muovo. Mai. Avete presente l'espressione "fare del moto"? Ebbene, io non lo faccio. 
MA, se e quando sporadicamente riesco a trovare tempo e tempra morale sufficiente per fare attività fisica, ecco, diciamo che vado in piscina (no, non metto nel conto le camminate con zaini di venti chili sulle spalle con gli scout. Prima di tutto, non sono iniziative personali, e poi sono meglio inquadrati nella categoria "ascesi". Ne parlerò un'altra volta). 
Damiano, fedele al principio mens sana in corpore sano  è un filosofo sportivo. Corre o fa esercizio praticamente ogni giorno. E non per burletta, sul serio, e gli effetti si vedono (naturalmente parlo dei cumuli di abbigliamento sportivo in poliestere fradicio di sudore e olezzante che lo costringo a togliersi prima di entrare in casa) (scherzo, amore, sei atletico e prestante più che mai). 
Invece, per chiarire, in un intero anno scolastico, io sono stata in piscina zero volte (è vero, pendolavo, era faticoso e stavo fuori giornate intere. Però, insomma, zero è un po' imbarazzante). Ma qualcosa devo pur dire quando mi chiedono che sport faccio. E non è neanche del tutto falso. Finito l'anno scolastico ho comprato una tesserina di ingressi al nuoto libero nella vicina piscina comunale e li ho usati quasi tutti (beh, poi, hanno chiuso la piscina per la pausa estiva quindi non è colpa mia). E l'anno prima, quando insegnavo vicina a casa, ci sono andata con una certa regolarità (vi ricordo che la regolarità non implica una frequenza alta. Per esempio, se corro la maratona una volta ogni dieci anni, corro la maratona con regolarità. Con una regolarità decennale). 
Ma il punto non è quanto spesso io vada in piscina, quanto il fatto che andare in piscina mi piace. E questo è strano.  

Io e lo sport non siamo mai stati amici. Prima di tutto in generale odio il sudore. Poi, come chi mi conosce sa molto bene, non ho alcuna coordinazione. Sono il tipo di persona che non prende mai una cosa al volo (per non parlare di quando sono io che provo a lanciare una cosa al volo), e questo esclude qualsiasi gioco che implichi una palla, dal ping pong al rugby. Non so se comincia a delinearsi davanti ai vostri occhi un certo profilo. Tipo la ragazzina che alle medie veniva scelta per ultima nelle ordalie che in palestra erano rappresentate dalla formazione delle squadre. Ricordo quelle ore di educazione fisica come un'infinita teoria di partite di pallavolo in cui non riuscivo mai a mandare la palla al di là della rete. Non è un'iperbole. Non ho memoria di una sola battuta riuscita. Perfino le mie amiche più care quando toccava a me alzavano gli occhi al cielo e aspettavano la fine del malus intrinseco costituito dalla mia presenza nella squadra. Il mio professore (che, ora, con occhio professionale, non sono incline a valutare benevolmente -a quel tempo, più semplicemente, desideravo di cuore la sua morte) mi veniva in soccorso con frasi su questa falsariga: "oltre la rete, mi raccomando". Era un tipo flemmatico, ricordo. Forse non riteneva che alcun suo intervento potesse  avere un qualsivoglia effetto sul mondo circostante. Giocavamo sempre maschi contro femmine e le femmine perdevano sempre, ma questo non era sufficiente a spingerlo verso azzardi come, per esempio, ripensare le squadre (non parliamo poi di cambiare gioco). Una volta la mia amica Giovanna si ruppe un dito e lui deliberò che era meglio se stava seduta per un po', fedele al principio universalmente noto che vuole che in palestra, a scuola, il rimedio universale per ogni problematica, dall'indisciplina alle lesioni gravi, sia "mettiti a sedere".  

Mi rendo conto che il flusso di coscienza mi ha portata molto lontana da dove volevo arrivare. La piscina. Nuotare, ovvero un'attività fisica che mi piace davvero. Probabilmente lo devo ai miei genitori che mi hanno fatto imparare a nuotare, e a nuotare bene, quando ero ancora bambina. Vado sciolta e vado discretamente veloce, anche dopo tanti anni. Insomma, so come si fa, il che non si può dire di… beh, qualsiasi altro sport. 
C'è anche dell'altro. Non si suda, per esempio. E' difficile, anzi, quasi impossibile farsi male a qualche arto. Si usa tutto il corpo, e questo è importante per chi è sedentario come me. 
Ma non è ancora questo il punto. Credo che sia il fascino sottile della solitudine. Il nuoto è uno sport solitario. Qualche cenno a chi condivide la nostra corsia. Ogni tanto un braccio o un piede che si sfiorano quando ci si incrocia. Con la testa fuori, c'è il rumore dell'acqua che copre quasi tutto. E sotto il pelo dell'acqua c'è silenzio. Le piastrelle azzurre sfilano sotto di noi al ritmo delle bracciate. Il corpo lavora ed è quasi un piacere ascoltarlo, il torace pieno d'aria tiene a galla, le braccia scivolano, le gambe spingono, il cuore batte. Mi dice: hai visto cosa so fare? E tu che mi tieni sempre incollato a una sedia! E poi, mentre credevo di essere tutta concentrata sul corpo, ecco che invece sto pensando. E in una forma diversa da quella usuale: sembra più facile mettere a fuoco dietro gli occhialini un po' appannati, come se i pensieri, slegati da troppe connessioni inutili, emergessero uno alla volta dalle profondità. Farò così, parlerò a quella persona in questo modo, mi organizzerò in quella maniera. Perché non ci avevo pensato prima? E vengono fuori nuove idee, chissà da dove. Sui libri che leggo, sulle cose che studio. Cose da fare, da rimasticare, da scrivere. 
Quando l'ora è terminata ed esco fuori sono stanca e un po' euforica. Ho fame. Ho voglia di chiacchierare.  
Ho fatto del moto, in testa e fuori.

martedì 11 luglio 2017

SOTTO CASA. Il mio amico Testimone di Geova.

Sono ormai diversi anni che, a cadenza bisettimanale, frequento – anzi, “vengo frequentato” da – un Testimone di Geova. Per rispetto della privacy, lo chiameremo “Y”, anche se lui preferirebbe sicuramente “G”. 
(Questa la capiranno in pochi…;)

Per la verità, Y veniva a trovarmi già prima che mi sposassi con Diletta, ma poi è entrato nel mio corredo nuziale: e così Dile pazientemente sopporta alcune nostre chiacchierate, e ancora più pazientemente dice a Y che non sono in casa, cosa che capita la maggior parte delle volte… e che la maggior parte delle volte è vera (tranne in un paio di casi, lo confesso!)

Facendo un po’ di conti, conosco quindi Y da almeno sette anni. Ecco il primo punto interrogativo gigante: perché continua a venire? Ormai ha usato tutte le sue armi a disposizione, credo, eppure non è riuscito a convertirmi alla sua caus…alla sua chiesa. E allora perché continua? A volte penso che ci siano dei punti premio che spettano ai TdG che convertono più persone, ma anche in questo caso non avrebbe senso continuare a perdere tempo (e potenziali punti) con i recidivi. Cos’è, valgo più punti perché insegno in una Facoltà Teologica?

Alla fine preferisco darmi questa risposta: Y continua a venire perché tra noi si è instaurato un rapporto di reciproca stima, e di dialogo franco. Provando a mettermi nei suoi panni, non dev’essere facile incassare tutte quelle porte sbattute, tutte quelle bestemmie in diretta, tutte quei “cortesi” rifiuti che pur legittimamentissimamente riceve nel suo instancabile proselitismo; alla lunga sfianca il corpo e lo spirito. E d’altra parte, dev’essere persino “troppo facile” imbambolare semplici e ingenue pie vecchiette che ti aprono la porta in spirito di cristiana carità e fiducia verso il prossimo, ma che non hanno il necessario bagaglio critico per vagliare idee e credenze diverse da quelle della propria tradizione. Circa questi ultimi casi, mi piace pensare che Y abbia sviluppato un certo senso di noia, un comprensibile sgomento per l’ignoranza religiosa in cui versa la maggioranza dei “cattolici”, e forse pure un po’ di senso di colpa nell’approfittare in tal modo dell’impreparazione e dell’evangelica semplicità di spirito altrui.
Insomma, forse in me ha trovato pane per i suoi denti. Conosco abbastanza la Bibbia (soprattutto passi che non rientrano nel repertorio classico dei TdG), cerco di argomentare la mia posizione, e non mi manca la faccia tosta di fare le pulci alle posizioni degli altri, anzi nel farlo provo un perverso piacere: quest’ultima non è una virtù cristiana, in effetti. Ma tutti abbiamo i nostri vizi.

Devo dire che ho imparato tantissimo parlando con Y. Non tanto sulla Scrittura – anche se diverse volte ho approfondito dei temi per poterne discutere con maggiore competenza, e di questo lo ringrazio – , quanto soprattutto su ciò in cui credono i Testimoni di Geova. Chi non ha mai davvero parlato con loro, facendo loro domande e scavando a fondo nelle questioni, è pieno di pregiudizi nei loro confronti. Lo dico perché anche io ero così. Invece adesso i pregiudizi si sono trasformati in giudizi, e questo è sempre un bene. Adesso che li conosco ho dei buoni argomenti per nutrire un profondo scetticismo nei confronti del loro iperletteralismo che sovente rinnega se stesso; posso sostenere con convinzione l’idea che i TdG abbiano mancato il senso profondo della rivoluzione etico-religiosa operata dal cristianesimo nei confronti del giudaismo, una rivoluzione che marca tutta la cultura occidentale col segno indelebile della libertà; e soprattutto posso dire con cognizione di causa che i TdG non hanno chiaro che Cristo ha istituito una Chiesa – una comunità di credenti – e non una Scrittura: senza la Chiesa, infatti, non ci sarebbe stato nessun Vangelo.
So meglio cosa mi divide da loro, che non è un istintivo rifiuto del diverso, e neanche una pretestuosa critica della loro "misteriosa" organizzazione politico-religiosa, quanto un meditato distacco da certe precise concezioni teologiche e antropologiche. Ad esempio, la credenza letterale nel numero dei 144.000 che comporrebbero il “consiglio” celeste del Cristo Re al momento del suo ritorno sulla Terra, quando governerà come capo politico su tutti i risorti nella carne (cioè i salvati che non rientrano nei 144.000 “eletti”) – credenza veramente risibile, come in generale risibile qualsiasi interpretazione letterale dell’Apocalisse, che ne misconosce il grandissimo valore letterario (e politico e teologico) rintracciabile nella sua simbologia mistica. Oppure l’esegesi del versetto “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18), che i TdG interpretano come se la prima parte si riferisse a Simon Pietro, mentre la seconda, chissà perché, a Gesù stesso. Cioè Gesù, in un chiaro momento di schizofrenia verbale, avrebbe detto: “Tu (Simone) sei Pietro, ma su questa pietra (me stesso) edificherò la mia chiesa. Non farti strane idee solo perché ti ho appena detto che voglio che ti chiami proprio Pietro! L’ho fatto così per prenderti un po’ in giro!” Geniale.
Eravate a conoscenza di queste cose sui TdG? Presumo di no, e invece sono preziose per conoscerli meglio. Ce ne sarebbero molte altre, ma non intendo qui deriderli superficialmente, o essere troppo semplicistico nel riportarne le dottrine. Volevo solo fornire degli esempi di ciò che ho imparato da questa esperienza arricchente.

Io, d’altro canto, spero di aver lasciato a Y l’impressione positiva che si può essere cattolici senza essere religiosamente ignoranti, senza essere preclusi al dialogo, e soprattutto senza essere considerati come membri di un gregge di pecore stupide (quando non in malafede) guidate da un malvagio pastore vestito di bianco che fa loro credere cose assurde, pagane e anti-cristiane. Perché è così che i TdG considerano i cattolici, e i loro dogmi della Trinità e dell’Eucaristia.
Spero di avergli fatto almeno capire che l’interpretazione cattolica della Bibbia non è più problematica della loro, né meno onesta.


Y è un omone di buon cuore, dalle mani grandi e dallo sguardo puro e fraterno, amico sincero della verità. Io credo non l’abbia trovata, lui sì. Ma su una cosa, in fondo, siamo entrambi d’accordo (anche se lui lo ammetterà meno facilmente di me): il Dio che guarda i cuori saprà giudicare meglio di tutti noi.

domenica 16 aprile 2017

Pasqua





O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere
il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto.  
Di questa notte è stato scritto:  
"La notte splenderà come il giorno,  
e sarà fonte di luce per la mia delizia"  
(Liturgia della Veglia Pasquale) 


"La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell'animo di ognuno di noi: la positività dell'essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto."
(Luigi Giussani)

sabato 8 aprile 2017

Qualcuno ci ha plagiato



Era la vigilia di Natale e Damiano si è assentato con non so bene quale scusa (sono facile da ingannare, lui ha molti impegni di varia natura, e io non ho voglia di ricordarli, quindi capita spesso che sappia solo vagamente dove sia). Quando è tornato, aveva un trasportino, e nel trasportino c'era un gatto nero e piccolo che miagolava a pieni polmoni e un cuscinetto verde su cui spiccava una bella cacca.
Così un gatto è entrato in casa nostra e la prima gioia di padroncina che ho sperimentato è stata pulire il gatto dai suoi stessi escrementi (provateci voi a dividere un trasportino con i vostri bisogni senza sporcarvi durante un viaggio in macchina) e mettere in lavatrice il cuscino verde (che è diventato un oggetto odiato, non lo ha mai più degnato di uno sguardo né ci si è mai seduto sopra o accanto).
Era magro magro e spelacchiato, nero, con grandi occhi gialli e piuttosto scombussolato per il lungo viaggio in macchina (a dire il vero anche Damiano dopo oltre un'ora alla guida con sottofondo di gemiti strazianti non sembrava al massimo della forma). Si è ripreso piuttosto in fretta, comunque, e ha cominciato a esplorare la nostra cucina dando presto segni di compiacimento. Lo abbiamo chiamato Fusibile, per via dei suoi rumorosi effetti sonori, che emette quasi non-stop.


Ora, se già avete un gatto, o lo avete mai avuto, probabilmente quello che sto per dirvi non vi stupirà, ma se non siete mai stati a stretto contatto con un esemplare felino prendete nota: questi animali fanno il lavaggio del cervello. Voi vi illudete: "ora lo abitueremo a vivere secondo le nostre regole in casa nostra"… e poi in men che non si dica vi rendete conto che siete diventati inquilini della casa del vostro gatto, e siete stati voi ad adattarvi al suo stile di vita.
Così la nostra vita è diventata una vita connotata dalla Gatteria prima ancora che potessimo accorgercene, e siamo anche noi Umani Gattizzati che nutrono, ospitano e curano un gatto ricevendone in cambio il permesso di accarezzarlo, omaggiarlo e complimentarsi con lui per la sua bellezza, la sua morbidezza e le sue zampe soffici.
Sono passati tre mesi e Fusibile è un gatto già grandicello, di carattere spiccatamente socievole, piuttosto elegante e affettuoso, e come più o meno tutti i gatti ci considera con il benevolente sguardo che bisogna riservare agli schiavi addetti a soddisfare le sue esigenze fondamentali, secondarie e voluttuarie. Ci remunera con una gran profusione di fusa e, ora che la bella stagione sta tornando, con occasionali e ambiti premi come la mezza cavalletta morta sul nostro letto o le lucertole consegnate con orgoglio dopo averle torturate in modo elaborato davanti ai nostri occhi.
Ecco alcune cose che abbiamo imparato nei tre mesi della nostra convivenza. Alcune di queste, come noterete, sono segni inequivocabili del plagio che abbiamo subito.

-Natale. 

Quando Fusibile è arrivato, la casa era addobbata per Natale. Fusibile ha amato il Natale. Era irresistibilmente attratto dal nostro presepe, e dopo tanta fatica (vi ricordo che io sono una presepista seria!) non tolleravo di vederlo devastato anzitempo, quindi l'ho salvaguardato ferocemente per quindici giorni. L'albero, invece, che era in cucina vicino al caminetto, abbiamo dovuto lasciarlo al suo dominio, e continuo ancora oggi, ad aprile, a trovare palline dorate e rosse rotolate sotto i più svariati mobili della casa. In generale Fusibile ha usato l'albero come palestra e giungla privata, fissandoci come una pantera in miniatura dalle fronde, salvo precipitare quando i rami di plastica collassavano sotto il suo peso, rischiando di impiccarsi ai festoni di lucine. Anche le ceste di regali ricevuti o da consegnare hanno riscosso un grande interesse, visto l'alacre impeto con cui si è dedicato a rovinare pacchetti, annusare barattoli e nascondere oggetti nel mucchio per poi tirarli fuori.
-I Filini 
Non lo sapevate? Sapevatelo. Non c'è nulla di bello, appagante e intensamente interessante come dare la caccia ai Filini.  E il bello è che si tratta di un'attività molto versatile: lacci delle scarpe (mentre qualcuno cerca di allacciarle, ovvio), cavi del computer, festoni di capelli d'angelo sotto natale, gomitoli del cestino di maglia della sottoscritta (che si è rassegnata a fare la maglia clandestinamente, lavorando dentro una borsa o sotto una coperta), spago per legare il pollo ("ehi, aspetta! Qui c'è anche di meglio, un pollo crudo!"), e in senso lato calzini mentre vengono infilati e carta igienica, tra l'altro disponibile su un apposito supporto che facilita la meravigliosa attività di srotolarla.
- Le Buste di carta. 
Noi sciocchi umani non avevamo compreso che le Buste di Carta sono la più meravigliosa invenzione al mondo dopo i Filini. Fanno un rumore magnifico e poi ti ci puoi nascondere dentro e puoi addirittura aggredire un nemico che dall'esterno ti stuzzica senza vederlo, o in alternativa le buste di carta hanno dei manici, e basta strappare a morsi una delle due estremità per trasformarle in Filini. 


-La Poltrona di Vimini. 
Un tempo avevamo una seggiola di vimini che, munita di due cuscini da sedia dell'Ikea era diventata una comoda e pratica poltrona, poco ingombrante e leggera da spostare. Ebbene, la poltrona adesso è di Fusibile, che la usa per una buona percentuale della sua quota di diciotto ore di sonno giornaliere. Il cuscino era di un delicato color avorio, ora è grigiastro con intarsi di pelucchi neri, e fa ambient. Se commettiamo l'errore di appoggiare qualcosa sulla poltrona, lui, seccato per la nostra incompetente sbadataggine rimedia sbattendola giù senza troppi complimenti. Quindi abbiamo imparato che sulla poltrona non si può appoggiare più nulla. Neppure il nostro sedere. 
-Le unghie. 
In casa ci sono ben due grattatoie, che Fusibile ignora con sovrano disprezzo facendosi le unghie su ogni superficie allettante tranne quella delle grattatoie. Una delle due è posizionata strategicamente sullo spigolo di un divano, e lui usa solo ed esclusivamente lo spigolo scoperto. Mi pare ovvio. Quindi la fodera del nostro divano è ormai bucata in più punti e l'impagliatura delle sedie si sta riducendo in condizioni pietose -almeno su quelle, speriamo di aver risolto il problema usando un dissuasore (un deodorante che spruzza un odore a lui sgradevole). Ma naturalmente noi accettiamo con lieta mestizia tutto ciò, perché in fondo E' Nella Sua Natura.
-Fare altro 
A volte noi umani ci distraiamo e ci dedichiamo a baggianate come leggere, scrivere, lavorare o in generale non dedicare tutta la nostra attenzione, le nostre energie e la nostra inventiva a compiacere il gatto, trascurando così il nostro fondamentale dovere. Il povero Fusibile deve quindi benevolmente correggerci e ricordarci le nostre mansioni, utilizzando metodi indiretti e sottili come sedersi sul libro che stiamo leggendo o mettersi in posa sul tema che sto correggendo o mordere l'estremità della penna che si muove o dare la caccia alle interessantissime dieci dita umane che scrivono velocemente al computer, sono così rapide e affascinanti, e poi fanno un bel rumorino e insomma la conseguenza è chejuhklseiaeuhlfikuGFdd

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E con questo direi che è tutto. 

"Va bene, fotografami e godi della mia Bellezza"

lunedì 27 febbraio 2017

LA PO-LENTA UN PO'..VELOCE (con la macchina del pane)

Vorrei istituire questa legge di Murphy: ad ogni Natale qualcuno dei vostri parenti vi regalerà un pacchetto di farina di mais per polenta, che rimarrà nella vostra dispensa fino al Natale successivo. Così dopo un po' di anni potrete invitare a Natale tutti i vostri parenti, e il menù sarà già pronto.

(In effetti, però, se questa fosse una legge assoluta, tutti i Natali mangeremmo polenta!) 

Il fatto è che la polenta fatta secondo la tradizione è uno dei cibi meno adatti al nostro stile di vita contemporaneo: richiede pazienza e presenza, due cose che non sappiamo più cosa siano, noi sempre altrove e di fretta.

La polenta fa venire in mente una cascina con la stufa a legna accesa, e la nonna con in mano un mestolo che gira gira gira, e sorride perché pensa ai nipotini che verranno a mangiare... ma noi gente della rete, mescolare per un'ora senza sosta! Abbiamo ben altro da fare! Al massimo ci facciamo quella istantanea, che fa tanto "folk" e in due minuti è pronta.

Eppure... 
L'altro giorno stavo guardando quei 4 o 5 pacchetti di farina di mais sulla mensola della dispensa, e come sempre pensavo "bello sarebbe fare la polenta originale, però non ho tutto questo tempo da dedicarci!"; solo che il mio cervello, invece di distrarsi come al solito in quale-impegno-ho-stasera-prima-però-devo-mandare-sette-mail, ha continuato a rifletterci su: "Certo, se ci fosse qualcosa che mescola e intanto cuoce... come una specie di gelatiera che però scalda invece di rendere ghiacciato..." TA-DAAAAN! Esiste! È la macchina del pane.
Ce l'abbiamo! La usiamo per fare la pasta per la pizza e ogni tanto il pane, ma ha anche il programma marmellata, che mescola cuocendo e cuoce mescolando: perfetto!

A quel punto ero ormai iper esaltato, e avrei anche rischiato di bruciare tutto pur di provare: sono fatto così, quando penso di avere un'idea geniale devo farla scontrare al più presto con la realtà, come banco di prova. E a volte scopro che tanto geniale non era.

Invece questa volta, cari i miei lettori, sono qua per raccontarvi un successo indiscutibile. Viene perfettamente. Molto più buona delle polente istantanee, densa al punto giusto, senza nessun grumo. L'unica cosa su cui porre attenzione è la tempistica: se la volete bella calda e avete un orario preciso per la cena, dovete avere l'accortezza di far partire il programma in anticipo, ma non troppo, altrimenti la polenta si fredda e diventa troppo solida (buona per friggere e per fare gnocchi, ma non per essere mangiata subito).

Per il resto, la ricetta è semplicissima: seguite le dosi indicate nel pacchetto – di solito, 250g di farina per ogni litro d'acqua –, aggiungete un cucchiaio di sale e un filo d'olio, fate partire il programma "marmellata" e buon appetito!

Da preparare prima che finisca l'inverno!

prima

dopo

infine!


martedì 17 gennaio 2017

PERSON OF INTEREST recensione (no spoiler)

Premessa: io sono proprio negato con le recensioni, ma Dile dice che questa devo scriverla io perché la serie è molto "filosofica". Il problema è che io NON RICORDO LE STORIE, mi restano in mente solo le idee. Ecco perché non ci saranno spoiler. Non per volontà, ma per necessità (o per demenza,  fate voi). Insomma, non so cosa ne uscirà ma ci provo, più che altro per rispondere alla sfida coniugale. 
Facciamo così: tutte le volte che, per inserire un "dato" che non mi ricordo, dovrò cercarlo su internet, lo indicherò col segno #. 

La prima "person of interest", qui, è il creatore della serie: Jonathan Nolan, fratello del regista Christopher e suo collaboratore e sceneggiatore per molti film. Io amo tutto quello che esce da casa Nolan, da Memento a Interstellar passando per quel capolavoro assoluto che è "Il Cavaliere oscuro"(l'unico film che ho insistito per far vedere e rivedere a Dile, mentre solitamente accade il contrario). 

Partiamo da qui: avete presente quella scena di The Dark Knight in cui #Morgan Freeman (che interpreta #Lucius Fox) è davanti a un muro di schermi collegati a una specie di mega sonar che rileva la presenza di esseri viventi in tutte le stanze di un grattacielo?

Per chi non se lo ricorda, ecco qua (ovviamente #):



Ecco, prendete questa idea e ampliatela, fino a farla diventare un sistema in grado di processare informazioni provenienti da ogni telecamera posta in ogni edificio, semaforo e angolo di strada.

Questa Macchina esiste, ideata da un certo Finch (sììì, me lo sono ricordato!!) per conto del Governo Americano, che intende servirsene per garantire sicurezza agli abitanti dopo il panico creatosi a causa degli attacchi terroristici del 2001.

(ah, Finch è interpretato da #Michael Emerson)

La Macchina è in grado di prevedere possibili attentati sulla base dell'osservazione dei comportamenti delle persone, che suddivide in due categorie: "rilevanti" o "irrilevanti".

Il governo si occupa solo dei casi rilevanti, ma Finch è tormentato dal non poter impedire che persone "irrilevanti" muoiano per mano di altre persone, anche se la Macchina in teoria saprebbe prevedere tali delitti. Decide così di occuparsi in segreto di questi casi, assoldando una sorta di "Cavaliere oscuro" in giacca e cravatta: #John Reese (interpretato da #Jim Caviezel).

La serie così potrebbe sembrare un semplice procedurale: ogni puntata, un nuovo caso. Ma qui c'è Nolan signori. E stupisce due volte: non solo perché inserisce una trama di sottofondo che via via emerge come quella principale e veramente interessante; ma anche perché, mentre tutti si aspetterebbero uno sviluppo che punti sul fatto che la Macchina fa gola a tanti, e che perciò tanti se la contendano per i più svariati motivi, Nolan ribalta la prospettiva.

È la Macchina che diventa la protagonista. Ed ha anche il suo antagonista – un'altra Macchina, in una lotta tra divinità create dall'uomo per scrollarsi di dosso il peso della propria libertà.

Due visioni del mondo si contrappongono: l'una in cui Dio, come prezzo per mantenere l'ordine e la pace, richiede sacrifici umani e controllo pianificato di ogni aspetto della vita; l'altra in cui il limite dell'azione di Dio coincide con il riconoscimento della fondamentale "rilevanza" di ogni essere umano.

Chi la spunterà? Avrete la risposta al termine della quinta serie, e non sarà affatto banale.

Come non è banale il leitmotiv che sembra percorrere buona parte della ricerca cinematografica di Jonathan Nolan, ovvero l'emergere della coscienza attraverso la memoria.
(Anche) di questo tratta Memento, (anche) di questo Person of Interest, (anche di questo) Interstellar, e soprattutto di questo Westworld, la cui prima stagione regge alla grande, ma rischia di perdersi un po' sullo stile di Lost (mai titolo più funestamente azzeccato, peraltro). 

Vediamo cos'altro saprà tirar fuori il nostro eroe: nel frattempo godiamoci e rigodiamoci "Person of interest", che tra l'azione, l'apocalisse digitale, la distopia orwelliana e la teologia politica – e perché no Amy Acker, o per le donne Jim Caviezel – ci ricorda che l'interesse per la persona è una rischiosa sfida per le persone stesse.



(comunque, tra tutti gli interpreti della serie, l'unica di cui mi sono ricordato il nome è Amy Acker.....)







domenica 25 dicembre 2016

Natale



Questo è forse il più grande dei misteri della grotta. E' evidente che, sebbene agli uomini sia stato detto di cercare l'inferno sotto la terra, in questo caso era il cielo che stava sotto la terra. In questa strana storia c'è come l'erompere del cielo. Questo è il paradosso della situazione: d'ora innanzi le idee più alte non potranno agire che dal basso.
(G. K. Chesterton)

domenica 27 novembre 2016

After



 

Una mia alunna la scorsa primavera mi ha detto che il suo libro preferito era After, e quando le ho detto che non lo avevo mai letto mi ha risposto "Noo, prof! E' stupendo, non sa cosa si perde". Così, ligia al dovere professionale e spinta dalla curiosità, ho rimediato alla lacuna. Tra l'altro era un libro che avevo cominciato a vedere dappertutto, dalla biblioteca agli scaffali del supermercato, persino di quello minuscolo qui in paese. Cercando qualche informazione in rete, ho scoperto che il libro è il nuovo "fenomeno mondiale" dell'editoria (il che in effetti non mi stupisce, dato che lo ha letto persino la mia alunna, il che equivale a dire che è stato comprato anche da esponenti di quel percentile della popolazione che in linea di massima comprerebbero piuttosto che un libro un soprammobile a forma di cervo in plastica verde all'IKEA, magari in più esemplari). Le ragioni principali del successo, che include un film in produzione e milioni di copie vendute nel mondo, mi sarebbero rimaste oscure se prima di cominciare non mi fossi doviziosamente informata (a quanto pare nasce come fanfiction che trasfigura in personaggi letterari i membri degli osannatissimi One Direction), perché come forse qualcuno di voi, astuti seguaci del blog, avrà intuito, After è un libro talmente brutto che se lo avessi letto in forma cartacea e non in ebook avrei avuto scrupoli ad usarne i fogli per farne pallottole da infilare nei miei scarponi bagnati dopo un'uscita scout (voglio molto bene ai miei scarponi). E' un libro talmente brutto che non ho avuto il coraggio di dire alla mia studentessa chiaro e tondo quanto mi fosse non piaciuto. Forse devo ancora farmi le ossa nel mestiere di insegnante.
E' talmente brutto che esercita una specie di fascino perverso, la volontà di scoprire fino a che punto si può scavare già dopo che si è da tempo toccato il fondo della bruttezza, e da questo punto di vista il romanzo non vi deluderà, perché devo dire che il finale è orrendo perfino oltre l'immaginabile.

Se proprio volete sapere di cosa parla, cercherò di sintetizzare la trama in maniera semplice, comprensibile a chiunque: lui e lei, dai poco realistici nomi di Tessa e Hardin, sono studenti di college (ironia della sorte, studiano letteratura), si incontrano e sono attratti da una irresistibile passione in grado di vincere ogni ostacolo, come il fatto che lui sia il peggior stronzo mai comparso sulla terra e lei una deficiente patentata. Litigano, fanno pace, fanno sesso, litigano, fanno pace, fanno sesso, litigano, fanno pace, fanno sesso, rifanno sesso, rilitigano, fanno pace, fanno di nuovo sesso, litigano, fine. Ora, per rendere giustizia a questa complessa architettura narrativa, non omettiamo che in effetti l'intero romanzo può avere anche una seconda lettura, diciamo allegorica, un po' come la Divina Commedia o il Pilgrim Progress. Infatti, possiamo anche leggere l'opera come rappresentazione del fatale incontro tra la Stronzaggine e la Scempiaggine, che infiniti lutti addusse agli adolescenti e molte anzitempo all'Orco generose travolse alme di potenziali lettori.
Una cosa però può essere detta di positivo su After: è forse l'arma più utile in mano a quelli che sostengono che la famosa massima "L'importante è che i Giovani Leggano" è una solenne baggianata. "L'importante è che i Giovani Leggano" infatti è sostanzialmente il modo in cui ci autoconvinciamo che in fondo è persino una buona azione, da parte delle case editrici, pubblicare immondi escrementi editoriali, dato che pare che torme di giovani de-letturizzati si compiacciano nel pascersene con entusiasmo. Ebbene, no. Se davvero è Importante che i Giovani Leggano, che leggano il retro delle confezioni di Special K mentre fanno colazione, che leggano la guida tv, che leggano Topolino (e questa non era una battuta, Topolino può vantare soggettisti e sceneggiatori, per le sue storie, che in confronto alla povera Anna Todd, autrice di After, sono più o meno Shakespeare), ma che non leggano roba di questo genere.
Mi vengono i brividi a pensare che qualche giovane pulzella (purtroppo, il target di questo tipo di obbrobri romance è ovviamente femminile) potrebbe rovinarsi il gusto letterario e il piacere di leggere abituandosi a considerare normale  questo tipo di insulso ritmo narrativo incoerente, ripetitivo, piatto. Quattrocento pagine di paratassi in cui una frase subordinata è una specie di bestia rara, pagine e pagine di interminabili scambi tra i protagonisti in cui ogni battuta è costituita da un massimo di quattro parole (mi concentro sulla forma, di questi dialoghi, ma naturalmente c'è la nota dolente del contenuto, invariabilmente e atrocemente cretino). E che dire del trascorrere un intero volume in un allucinato, squallido orizzonte narrativo fatto di aule di college, dormitori di college, sedi di confraternite di college e locali notturni che scivolano come quinte teatrali intercambiabili dietro i due protagonisti sempre intenti a recitare la stessa scena (litigano, fanno pace, fanno sesso etc…) senza che sia possibile ravvisare nemmeno una lieve parvenza di vita reale? 
Le lezioni di letteratura nell'immaginario college di Tessa e Hardin: il professore entra, dice "Oggi parleremo di Orgoglio e Pregiudizio. Che ne pensate?" e gli alunni (Tessa e Hardin, gli altri sono comparse cartonate posizionate sulle varie sedie dell'aula) esprimono il loro "parere" (virgolette d'obbligo) sul libro: Elizabeth è troppo prevenuta, Darcy è uno stronzo. No, non è vero, Darcy è un eroe, tu sei uno stronzo. Ma che dici, sei frigida proprio come Elizabeth. No (Tessa piange), come osi, non è vero, sei perfido! Come ho potuto provare qualcosa per te? Interviene il professore: la lezione è finita, per la prossima volta quindici righe su "Darcy ed Elizabeth si sposano per amore?". 
Il duro guadagnarsi il pane col sudore della fronte nell'immaginaria città accademica di Tessa e Hardin: a Tessa serve un "lavoretto", quindi, fresca matricola con neanche un esame sul libretto, va a fare un colloquio per uno stage presso una casa editrice (svolgimento del colloquio: "Le piace leggere?" "Oh, sì, tanto!" "Che colpo di fortuna, incredibile! Lei è proprio il tipo di persona che stavamo cercando!"), viene seduta stante assunta, stipendiata, munita di ufficio privato , orario flessibile (la mattina deve andare ai suoi complessi corsi di letteratura, ricordiamocelo) e segretaria personale. Beh, che c'è? Non è la vostra esperienza di stage universitario? Siete proprio degli sfigati, allora! 
I rapporti familiari ed affettivi nelle immaginarie famiglie di Hardin e Tessa: lei viveva con la madre, donna puritana a tal punto da considerare non dico con disapprovazione, ma con crisi incontrollate di rabbia e panico il fatto che nel dormitorio della figlia si aggirino persone che hanno dei tatuaggi: appena fuori dal radar materno, Tessa si trasforma in una specie di ninfomane psicopatica. Lui odia il padre perché lo ha abbandonato con la madre lasciandoli in estrema povertà, praticamente al livello del rovistaggio nei cassonetti del supermercato, per non parlare del fatto che era un alcolizzato violento. Il padre in questione ha però avuto un inaspettato riscatto sociale, riciclandosi nella mezza età come rettore (!!) del college frequentato dal figlio.
E potrei continuare.

La Mente che ha creato tutto ciò.
Mi vengono i brividi a pensare che i giovani cervelli delle mie alunne già zoppicanti a scuola si anestetizzino ulteriormente sciroppandosi pagine e pagine di roba del genere. In un certo senso mi commuove pensare che la mia poverina lo trovasse avvincente: qualunque entusiasmo letterario mi vede solidale, ma quanto poco ha avuto dalla sua vita di lettore qualcuno che si emoziona per una cosa così? Quanto di più chiunque meriterebbe dalla vita che libri così brutti!
Ma c'è un dato che ho volutamente lasciato per ultimo e che mi impedisce di archiviare la storia come eclatante esempio di cattivo gusto adolescenziale. Ed è la portata catastrofica di diseducazione affettiva che il libro porta con sé. Celebrato come il trionfo "editoriale" di una grande passione che fa impazzire milioni di lettrici in tutto il mondo, il libro in fondo è l'agghiacciante cronaca di un rapporto disturbato e violento, in cui abbandonarsi alla "passione" significa permettere all'altro di abusare psicologicamente e fisicamente di noi. Così la cattiveria e l'abuso diventano "fascino magnetico", la sottomissione più beota "passione folle", l'ubriachezza molesta "libertà" ed il passare sul cadavere di chiunque intralci il raggiungimento immediato del nostro piacere "indipendenza".
Quindi, passi per la stupidità, la piattezza, la bruttezza stilistica, lo spreco di carta, l'insulto all'intelligenza del lettore. Quello che mi fa davvero infuriare è che questo rigurgito sia percepito come una storia "romantica", la storia di un "grande amore". Non è così. E nessuna, adolescente scervellata o meno che sia, merita che le venga detta una bugia del genere.

L'insulto finale.
PS: il post è già troppo lungo ma non posso omettere che sull'onda del successo di After sono stati ripubblicati con copertina simile e strillo "i romanzi più amati da Tessa e Hardin" Anna Karenina, Orgoglio e Pregiudizio e Cime tempestose. Qui un articolo di Top Girl alle prese con un'insolita svolta culturale nel suo palinsesto editoriale, che vi spiega che anche prima di After esistevano storie d'amore universali e magnifiche, insomma che la grande letteratura non è nata con Anna Todd come si potrebbe pensare, ma che qualcuno aveva già fatto qualche tentativo passabile prima del capolavoro immortale su Hardin e Tessa che consacra il genere per sempre, e che quindi si può dare una chance a questi prequel ottocenteschi di discreta fattura. No comment. Fate voi.