venerdì 27 aprile 2018

Antologia dell'Infanzia



 Credo che ognuno di noi abbia una sua "antologia dell'infanzia", una raccolta di libri che hanno caratterizzato i primi anni da lettori, e che tendiamo a ritenere quasi imprescindibili sullo scaffale di un bambino o di un ragazzo. Da bambina ho potuto beneficiare di genitori pronti a incoraggiare la mia passione per la lettura. Mi sono state regalate decine e decine di libri, e sono diventata una precoce frequentatrice di biblioteche. Ho letto veramente un'infinità di libri per bambini, ed è chiaro che sui grandi numeri è più che naturale che vada a formarsi un gusto preciso. Questa antologia che propongo di seguito non vuole essere in alcun modo un canone: è solo una serie di libri ed autori che per me hanno rappresentato un punto fermo nell'esperienza da lettrice, arricchendomi, consolidando i miei gusti in certe direzioni, contribuendo alla formazione di una certa visione del reale e di cosa significa leggere un libro bello. I criteri che l'amore per questi libri e questi autori hanno fatto nascere in me sono tutt'ora all'opera quando leggo.


Ci sono almeno altre due cose da dire: ho riportato solo libri "per bambini" o considerati tali, nonostante io abbia letto anche molti libri "per adulti" molto prima di diventare adulta: e penso ancora che, con le dovute eccezioni, in linea di massima saltare a piè pari l'ibrida letteratura per ggggiovani adulti non sia grave, anzi. 
E, cosa molto più importante, in questa scelta rientrano anche alcuni libri che, pur essendo "per bambini", hanno un valore letterario pari a quello dei grandi classici, e superiore a moltissimi libri "per adulti" che mi sia capitato di leggere.
Eccovi dunque la mia (soggettivissima) antologia dell'infanzia. In ordine sparso.



-Tolkien: Lo Hobbit, Il cacciatore di Draghi, Roverandom.
-Lewis: Le cronache di Narnia.
-Bianca Pitzorno: li ho letti tutti, dato che è stata a lungo la mia autrice preferita, ma i miei preferiti restano Ascolta il mio cuore e Polissena del Porcello.
-Astrid Lindgren: Pippi Calzelunghe, Emil, Martina, Mio piccolo Mio, I Fratelli Cuordileone e naturalmente quel capolavoro che è Vacanze all'Isola dei Gabbiani.
-A. A. Milne: Winnie the Pooh e La strada di Pooh.
-Roald Dahl: Le streghe, Il GGG, La fabbrica di Cioccolato, le sue due struggenti autobiografie Boy e In solitario, e, beh, c'è bisogno di dirlo? Matilde, naturalmente!
-Tove Jansson: tutti i libri dei Mumin. Ma soprattutto Magia d'Inverno.
-Salgari: il ciclo dei pirati (i corsari erano troppo eleganti per me). La prima storia che mi ha fatto balenare in testa il concetto di "romantico" è stata proprio Le tigri di Mompracem.
-P.L. Travers: Mary Poppins.
-Roberto Piumini: Lo Stralisco e Denis del pane.
-Michael Ende: Momo ma soprattutto La storia Infinita, libro davvero imprescindibile.
-J.K.Rowling: Harry Potter. Tutta la saga, anche se i libri finali sono usciti quando ormai non ero più tanto bambina. Diciamo che faccio parte di quella generazione che, anagraficamente parlando, con Harry è cresciuta.
-Elizabeth Honey: i libri di Stella Street.
-L.M.Alcott: Piccole Donne. C'è da dirlo?

E voi? Qual è la vostra antologia dell'infanzia? 


mercoledì 11 aprile 2018

Scaffali bassi



Quelli che vengono biasimati per leggere libri infantili in età matura sono gli stessi che da piccoli venivano criticati per leggere libri da grandi : ma bisogna tener presente che nessun lettore degno di questo nome si regola in base al calendario.
C.S. Lewis, “Tre modi di scrivere per l’infanzia”

Ci sono libri per bambini e ragazzi che sono capolavori della letteratura. E ci sono libri per bambini e ragazzi che non sono capolavori della letteratura ma che tuttora leggo con un piacere maggiore di quello che mi darebbero moltissimi libri "per adulti".

Non mi è chiara la distinzione che vorrebbe vederci cambiare personalità col sopraggiungere dell'età adulta. Le cose che ci piacevano da bambini, se erano veramente belle e degne, ci piaceranno anche da adulti. Trovo comprensibile che un adulto preferisca battere la testa contro il muro piuttosto che leggere un libro di Geronimo Stilton, ma francamente non mi è molto chiaro nemmeno perché Geronimo Stilton dovrebbe essere propinato a un bambino. Io stessa, come capo scout, educatrice, baby sitter e via dicendo, insomma, in tutti gli ambiti educativi  in cui ero a stretto contatto con bambini delle elementari, ho incontrato bambini che leggevano solo Geronimo Stilton. Non ho mai potuto fare a meno di chiedermi, però, se qualcuno avesse offerto loro qualche alternativa valida o li avesse incoraggiati in altre direzioni. Un libro che convince solo quando siamo bambini non può, alla fine dei conti, essere un granché. Il buon vecchio Lewis, nel breve, fulminante scritto da cui ho tratto la citazione in testa al post, Tre modi di scrivere per l'infanzia, osserva che un modo a suo avviso sbagliato di scrivere per l'infanzia è quello che porta a propinare ai bambini quello che pensiamo interessi loro, anche se a noi non interessa affatto: dare al pubblico quello che vuole, insomma. Ai bambini piacciono i colori, le scritte a caratteri grossi e stravaganti, le figure, e naturalmente i topi, tutti sanno che ai bambini piacciono i topi, quindi, ragiona l'editore, riempiamo un bel po' di pagine di questa roba (sì, giusto, mettiamoci anche una qualche pseudotrama scritta da un povero schiavo della casa editrice il cui nome non figurerà sulla copertina) e daremo ai bambini quello che vogliono: ecco il miracolo! Abbiamo creato il "libro per bambini"! Libro che a noi ovviamente fa venire il latte alle ginocchia, che non ci sogneremmo mai di sfilare dallo scaffale di una libreria, che ci fa persino un po' ribrezzo con quella profusione di colori pacchiani, ma che non abbiamo scrupoli a propinare a qualsiasi figlio, nipote, conoscente sotto i dieci anni cui dobbiamo o vogliamo fare un regalo. (Pensiero a parte: dell'educazione alla lettura non dovrebbe anche far parte una sorta di educazione estetica? Forse è assurdo, ma quando compro un libro per un bambino, soprattutto un bambino che conosco bene e che è mio amico, la bellezza delle illustrazioni, dell'impaginazione, la piacevolezza del libro come oggetto ha un peso significativo).

Penso che l'unica variante autorizzata a determinare la differenza tra la biblioteca personale di un bambino e quella di un adulto sia la progressiva crescita della capacità di comprensione che una persona sperimenta con il passare degli anni. Il solito Lewis usa una bella metafora per spiegare questo processo:
"Oggi mi piace il vino bianco che da ragazzo non avrei apprezzato, ma continua a piacermi la limonata. E' un processo di crescita nel quale mi sono arricchito. (…) Se per acquisire il piacere del vino avessi dovuto perdere quello di una spremuta di limoni, non si sarebbe trattato di crescita ma di semplice cambiamento. (…)Un albero cresce perché si formano nuovi anelli, un treno che lascia una stazione per arrivare alla prossima non cresce affatto."
Così, libri per l'infanzia o per ragazzi veramente degni di essere letti continueranno a stupirci e appassionarci anche quando saremo adulti, e dentro i nuovi anelli che le esperienze che abbiamo vissuto  e le idee che abbiamo elaborato hanno fatto crescere sulla nostra scorza, restano i vecchi anelli del giovane tronco che eravamo un tempo, che hanno formato il nucleo dei nostri piaceri letterari e che ancora oggi ci stupiscono e ci danno gioia.

Non mi vergogno di leggere libri per bambini, ancora oggi, e non solo quelli che ho avuto la fortuna di leggere e amare da piccola: c'è sempre tempo per fare nuove scoperte. Lewis osservava giustamente che la vergogna per tutto quello che è "bambinesco" non è tipica dell'età adulta, ma propria delle persone che ancora adulte non sono. Un adolescente è ansioso di sembrare grande ed ha paura che leggere i libri che gli davano gioia qualche anno addietro possa farlo sembrare ancora un bambino. Un adulto, in teoria, dovrebbe aver superato la paura di non sembrare adulto, sapere di esserlo e quindi aver fiducia nel suo stesso giudizio, anche in fatto di libri. Quando avevo otto anni e leggevo Winnie the Pooh, sapevo solo che era bello e che mi commuoveva. Se lo rileggo oggi, e scopro che è ancora bello e ancora mi commuove, la conclusione logica non è che sono rimasta allo stadio infantile, quanto che Winnie the Pooh è un bel libro, che merita di essere riletto ad ogni età. Un paio di anni fa ho letto La città dei libri sognanti, di Walter Moers: è un libro per ragazzi, con tanto di illustrazioni in pagina, ma non posso che consigliarlo a chiunque, dai 9 ai 99 anni: è splendido, pirotecnico, sorprendente e sottile (e parla di libri: un libro per veri libridinosi). E, in linea generale, nel mio empireo ci sono parecchi libri per l'infanzia, nel senso che annovero libri per l'infanzia anche nella lista adulta dei libri più belli che abbia mai letto . Alcuni infatti sono grandi libri, che scavano profondamente nel mistero della persona umana e del suo rapporto col mondo, pieni di una ricca atmosfera poetica che fa risuonare corde profonde.  Scegliere di scrivere per l'infanzia vuol dire (o dovrebbe voler dire) scegliere una modalità espressiva più che una gradazione di qualità.
Per questo, al contrario, spesso (e con le dovute eccezioni) non mi entusiasmano i libri diretti ai cosiddetti young adults, fascia di mercato evidentemente molto ambita. C'è qualcosa di fastidioso in sé nell'idea che si tratti di libri "non per adulti", bensì per giovani che in teoria si dovrebbero "vergognare" di leggere libri per bambini o ragazzi ma ai quali è bene non rifilare qualcosa di troppo complesso. Perché è così frequente che la letteratura dell'adolescenza perda la poesia e la profondità di quella dell'infanzia senza acquistare alcun tipo di spessore nuovo e diverso?

Da quando insegno alle medie, ho persino una scusa professionale per curiosare tra gli scaffali di biblioteche e librerie dedicati ai più giovani. Porto i miei studenti in biblioteca almeno una volta al mese e voglio poter dare pareri, quando me li chiedono, con cognizione di causa (per non parlare del fatto che voglio che sappiano, quando scrivono le loro schede di lettura, che le probabilità che li scopra se barano sono discrete). Ma soprattutto voglio che siano consapevoli che, quando consiglio loro un libro per ragazzi, non lo faccio con condiscendenza ("sì, leggiti pure questa roba che sembra così adatta a te"), ma lo faccio perché l'ho letto, lo apprezzo seriamente e la considero una lettura che ha una dignità, e in certi casi una lettura imprescindibile per gli adulti come per loro.
Quindi leggete libri per bambini e ragazzi, senza vergogna! Leggeteli sull'autobus, in treno, in pubblico, comprateli in libreria senza fingere che siano per vostro nipote, prendeteli in prestito in biblioteca senza arrossire. Alcuni sono piaceri della vita di cui sarebbe un peccato privarsi. Qualche suggerimento? Alla prossima puntata!

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domenica 1 aprile 2018

Pasqua


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"La Divina Provvidenza questo ha avuto di mira, questo ha comunicato, questo ha voluto insinuare negli occhi e nei cuori dei suoi: la ferma certezza che il Signore Gesù Cristo era veramente risuscitato, come realmente era nato, realmente aveva patito ed era realmente morto."

San Leone Magno

martedì 27 marzo 2018

Into the wild




Ora che la primavera è arrivata (per lo meno secondo il calendario) possiamo raccontarlo.
Il finesettimana tra il 3 e il 4 marzo da queste parti come un po' in tutta Italia il clima era polare. La montagna qua sopra era non semplicemente innevata, ma sommersa di neve. Burian stava creando problemi un po' dappertutto, ma noi avevamo un progetto da realizzare, e la neve ci serviva.
Ok, forse non così tanta, ma insomma, tutto stava andando secondo i nostri piani.
Cosa abbiamo fatto? Abbiamo dormito in una truna, cioè in un rifugio costruito con la neve. A oltre mille metri di altezza. E, beh, come potete arguire dal fatto che state leggendo queste righe, siamo sopravvissuti. Io, contrariamente alle aspettative, non mi sono neanche ammalata (ma non posso dire che a scuola, il lunedì dopo, fossi esattamente un fiore).
Ed eccovi genesi e resoconto di questa malsana idea.

Io e Dama siamo da un paio d'anni nello staff di una "bottega R/S ": tradotto dallo scoutese, significa che una volta l'anno accogliamo ragazzi e ragazze dai 16 ai 20 anni più o meno da tutta la Toscana per approfondire una specifica competenza nel corso di un finesettimana: nel nostro caso la sopravvivenza in montagna d'inverno. L'anno scorso non eravamo riusciti a realizzare il progetto fino in fondo: il weekend stabilito non abbiamo trovato la neve, anche se ha fatto una generosa nevicata mentre eravamo in quota. Non avevamo potuto costruire le trune, e avevamo dormito in un rifugio del CAI. Quest'anno, di neve ce n'era anche troppa, e prima della partenza Emanuele, nostro efficientissimo collega nello staff, aveva dovuto procurare ciaspole per tutti.
Siamo saliti in Secchieta, cinque adulti e dieci ragazzi: paesaggio scandinavo e condizioni climatiche decisamente non favorevoli. Neve alta e fresca, tanto che, col peso dello zaino sulle spalle, anche le ciaspole non prevenivano dall'affondare. Peggio ancora, veniva giù un nevischio che assomigliava decisamente a pioggia, e quindi bagnava davvero.
Ora, malgrado io sia una scout da tempi immemorabili, era la mia prima vera esperienza con le ciaspole: non mi era mai capitato di camminare nella neve così fresca e così alta col peso dello zaino. Le ciaspole sono utili ma dannatamente faticose e scomode. Complici i miei piedi piuttosto piccoli e la mia assai scarsa coordinazione, sarò caduta almeno quattro volte (tra la commiserazione e lo sconcerto dei ragazzi, ma lasciamo perdere).
Ad ogni modo, per chi di voi si sta chiedendo se davvero alla fine siamo stati così pazzi da dormire nella neve in montagna, la risposta è : l'abbiamo fatto - e la notte è stata di gran lunga il momento più caldo e asciutto dell'intera uscita!

Trune in costruzione!
Le trune si costruiscono scavando grosse buche più o meno quadrate, che possano contenere quattro o cinque persone sdraiate. Con la neve rimossa si forma un muricciolo lungo il bordo, che va consolidato e compattato. Poi si appoggiano al muretto di neve rami sgrossati, per formare una sorta di travatura rudimentale che sorregga il "soffitto", e infine si copre il rifugio con un telone impermeabile da appoggiare sopra i rami e "cementare" al muretto con altra neve. Alla fine si ottiene una struttura bassa, alla quale si accede solo tramite un breve tunnel, e dentro cui si può stare solo sdraiati (ma anche questo è funzionale al mantenimento del tepore, visto che l'aria calda tende a salire). Sul fondo della truna, un altro telone impermeabile per pavimentare.

Ed ecco due trune pronte all'uso!

Tra camminata per raggiungere il luogo stabilito e costruzione dei rifugi, in lotta contro il tempo per finirli prima del buio, non è stato un pomeriggio di tutto riposo. Alla fine eravamo fradici fin nelle mutande. Quindi cambio completo e fuoco (fumoso per la legna umida) dentro la vecchia cara Capanna delle Guardie, un posto tappa noto e amato da tutti i frequentatori della Secchieta. Poi le parti belle di una serata scout: il vecchio tavolo coperto di salsicce da bucare e patate da incartare per cucinare alla trappeur, qualche pesce da fare al cartoccio, i piedi che si scongelano al fuoco, la luce fioca delle torce e delle lanterne, il giornale accartocciato negli scarponi, il cordino di riserva nello zaino teso attraverso la stanza, carico di calzini, maglie e giacche che si cerca (inutilmente) di far asciugare (umidità dell'aria: circa 98%). Quando, sul tardi usciamo dalla capanna per andare a dormire ci sentiamo un po' matti.

Pronta per la nanna!
Non era la prima volta che dormivo in truna. Sapevo per esperienza che, contrariamente a quanto si può immaginare, il freddo prende da sotto, non da sopra: sale dalla terra. Quindi ero organizzata: isolante, materassino autogonfiante, una coperta da mettere sotto, un grande sacco nero condominiale per contrastare l'umido. Prese queste precauzioni, dentro il sacco a pelo da alpinismo sono stata bene: asciutta e, sì, calda, del mio stesso tepore e del calore animale dei miei compagni di truna. Con questo non voglio dire che sia stata una notte comoda: avevamo avuto poco tempo per rifinire il pavimento, che era irregolare e un po' in discesa, e, beh, insomma, eravamo pur sempre in una buca nella neve. Ma eravamo ben isolati e il vento non soffiava: il bosco notturno sembrava fermo in un incantesimo di gelo, senza rumori se non lo scrocchiare della neve sotto i passi.

La mattina sveglia presto (molti erano già svegli… qualcuno meno attrezzato aveva sì e no chiuso occhio), un gran daffare per far colazione, ripulire il bosco e la Capanna dalle nostre tracce, rifare gli zaini impacchettando panni in gran parte ancora bagnati, teli, pale da neve, torce, gavette non lavate. Poi ciaspole ai piedi, con doloretti che si risvegliano in circa trentasette punti diversi del corpo, e si riparte, giù lungo il sentiero che costeggia la montagna, tra sprazzi di panorami affacciati su un Valdarno mangiato dalla foschia, e poi nella foresta secolare di Vallombrosa, fino a raggiungere l'abbazia.


Siamo tornati alla civiltà: stanchi, molto sporchi, abbastanza umidi, trasognati. Ci raccontiamo cosa abbiamo imparato: l'entusiasmo dei ragazzi, anche dei più bagnati e acciaccati, è davvero tanto. I pochi passanti che incrociamo sotto le grandi mura dell'abbazia sembrano alieni al nostro piccolo gruppo di sopravvissuti. Lentamente ci spogliamo dei panni di rover del Grande Nord. Ci togliamo le ciaspole dai piedi. Le ghette dalle gambe. Carichiamo gli zaini sui furgoni. La mente corre alla doccia, al termosifone, ma in fondo un po' ci dispiace. Ci giriamo a salutare il wild che incombe ancora vicino, acquattato già tra la prima penombra degli alberi della foresta, proprio alle nostre spalle.
Abbiamo vissuto intensamente il cuore della montagna d'inverno. Ora, com'è per tutti i reduci, non ci resta che scendere a valle e raccontare l'avventura.



domenica 5 novembre 2017

THANK YOU FOR SMOKING (the pipe).





È da tanto tempo che voglio scrivere un post sulla mia passione per la pipa, e adesso è arrivato il momento!
(Ah, disambiguiamo una volta per tutte il termine: per tutto il post “pipa” sarà usato per significare l’oggetto che si fuma ;)

Spesso, scherzando amici e conoscenti, dico che non è che fumo la pipa perché faccio il filosofo, ma il contrario: ho scelto di fare filosofia perché fumavo la pipa.
In effetti, il mio legame con questo magico oggetto nasce quando ancora ero piccolo: mio padre aveva una bella serie di pipe di radica, e spesso, prima di fumarne una, me la faceva caricare col tabacco, insegnandomi i rudimenti di questa tecnica in maniera didatticamente assai efficace: “Devi premere il primo strato di tabacco con la tua forza, il secondo come se lo premesse la mamma, poi un po’ più forte come il babbo, poi fortissimo come un elefante… e infine metti un pizzichino di tabacco come se ce lo mettesse il tuo fratellino!”.
Spesso, alla fine di questo rito, mi faceva anche fare un piccolo tiro, con solerti rimproveri di mia madre (che però poi si fumava le sigarette!).

Non che stia rimproverando mio padre per avermi iniziato al fumo, tutt’altro… lo ringrazio per avermi iniziato al VERO fumo!

Infatti, quando, tra adolescenti, cominciarono a girare pacchi su pacchi di sigarette, e anche altro, io avevo una forte arma di resistenza … anche solo per il fatto di non saper tirare!!

Sapevo pero “tirarmela”, e mi piaceva fare l’originale con la pipa: così, a un certo punto, decisi che non avrei fumato altro che la pipa!! (anche se, confesso, qualche trasgressione ancora la faccio, specie con i sigari)
Non che fossi diventato un esperto fumatore di pipa, tutt’altro: era il far west. Ci buttavo dentro di tutto, dalla salvia ai papaveri (ricordo di una volta in cui fumai… l’ortica), la pulivo nei modi più eterodossi (miele, acqua, alcol), e me ne costruivo di mie assolutamente impresentabili, ma leggendarie – come quando ce ne fabbricammo una a testa con i membri della band metal, utilizzando il sambuco che si trovava nei pressi della sala prove (ovvero nei campi del padre del bassista).

Ma poi, sbagliando e risbagliando, tra un attacco di singhiozzo e una doccia di tabacco soffiato fuori dal fornello, piano piano ho scoperto come trattare la pipa. Perché, capite, si tratta di un rapporto bello, duraturo e faticoso, come nelle vere storie d’amore: certo, un rapporto un po’ più licenzioso e poligamico che con le donne, ma molto più fedele e saldo che con le consumistiche sigarette “usa e getta”, specchio della nostra società.

Bisogna prendersi cura delle proprie pipe, conviverci, non stressarle troppo, dedicarci tempo, saperle maneggiare, sapere come farle accendere, godersele lentamente, sapere quando smettere… queste sì che sono metafore erotiche, altro che il banale doppio senso!
Ho scoperto come pulirle per bene (utilizzando propriamente lo scovolino e l’attrezzino), come accenderle senza farle bruciare troppo (con il fiammifero orizzontale), quanto e come tirare per non consumare troppo presto il tabacco rovinandone il sapore, e tante altri piccoli segreti che solo chi si innamora della pipa potrà apprezzare.

Perciò, per fare innamorare anche voi, enumererò i vantaggi e i pregi del fumare la pipa, sperando che possiate incuriosirvi e provare, ed entrare così nella setta degli Illuminanti.

Le citazioni che seguono, intercalando le mie riflessioni, sono tratte da “La mia Pipa” di Giuseppe Bozzini, vera Bibbia per i fumatori di pipa, che mi hanno regalato alcuni miei amici, e che mi ha convinto infine a scrivere questo post.

-       Ogni pipa è unica. «La sigaretta è anonima, standardizzata; la pipa ha una sua personalità (e prolunga quella del fumatore), uno sviluppo nella sua durata, ha per esempio un’eta, ci si “dialoga” […] non ce n’è una uguale all’altra, sia per la radica, sia per la lavorazione, ma anche per carattere e “rendimento”». È proprio così, e aggiungo che non ci sono solo le pipe di radica: nel mio piccolo harem ho anche una bellissima pipa in legno di pesco fatta da mio zio, una stupenda pipa regalatami da Dile in “schiuma di mare” (un silicato estratto in Turchia e lavorato al tornio, per lo più in Austria), che tira benissimo, e una simpatica “CornCob” in granoturco (sì, quella di Braccio di Ferro). E la radica stessa è tutto un mondo: si tratta dell’escrescenza – forse una specie di malattia – della radice dell’erica selvatica, lavorata dopo alcuni anni, che oltre a essere molto resistente presenta delle venature assolutamente uniche e molto calde. Ogni volta che volete fumare la pipa, potete scegliere quella che più vi si confà in quel momento… anzi, sarà la pipa a scegliere voi.



-       La pipa è ecologica, e meno dannosa per la salute di ogni altro tipo di fumo. «I pochi residui che lascia sono biodegradabili», altro che mozziconi indistruttibili. «Natura viva nel legno, natura un po’ manipolata nel tabacco […] Con la pipa si sente in mano qualcosa che è rimasto vivo, che nel fitto disegno delle fibre e dei nodi parla agli occhi e al cuore con la voce della natura». Rispetto alla sigaretta e ai sigari, fa sicuramente meno male alla salute del corpo: non si fuma la carta, non si inala il fumo, i polmoni e i bronchi non vengono intossicati. Insomma, «se il tabacco può far morire, aiuta però a vivere». E rispetto alle droghe, fa sicuramente meno alla salute del cervello, pur donando una piacevole sensazione di evasione. «Ai giovani che fossero tentati dalle droghe, un suggerimento: provate la pipa. Vi può dare tutto quello che cercate nella droga, e senza pericolo: un “viaggio” delizioso, ma sereno e privo di rischi».

-       La pipa è contestatrice ma rilassante. Certo, segue certi trend, come quello del bricolage e del fai-da-te (ci sono un sacco di begli aggeggini da poter comprare per pulirla, lucidarla, ripararla…), ma nella sua sostanza è un vigoroso grido di protesta contro la frenesia, la massificazione, l’artificialità, la superficialità del nostro tempo. Fumare la pipa «significa partecipare, sia pure inconsciamente, a un rito che risale alle età primitive, perpetuare il culto del fuoco. È interiorizzazione. Ha il passo, il ritmo dell’uomo e non il moto artificiosamente accelerato della macchina. Nella pipa c’è il simbolo dei rapporti dell’uomo con gli elementi primordiali e le sue radici. C’è spiritualità: il fumo ha sempre fatto parte di tutte le religioni, ha sempre rappresentato il viaggio dello spirito umano verso il cielo, verso la divinità». Fumare la pipa induce a meditare, a prendersi del tempo per pensare, a indugiare sul senso della vita, dell’esserci, del fumare stesso.
Perché il pensiero è la sublimazione eterea della mente, come il fumo del tabacco.

Perciò prendetevi del tempo per fumare la pipa, e ne guadagnerete in profondità e qualità della vita (anche se forse non in durata). ;)